Monte Athos, alle soglie del cuore

Una cosa fuori del mondo come la comunità ortodossa dei monaci del Monte Athos non poteva trovare posto se non proprio là, al Monte Athos, all’estremità della più orientale delle tre penisole della Calcidica.

Basta avventurarsi da turisti su questo mare greco fino alle coste rocciose e dare una rapida occhiata per capire che il luogo è diverso da tutti gli altri. Il Monte incomincia direttamente dal mare e sale per duemila metri fino alla punta in maniera aspra, inquietante. Vuole il   mito che dentro la roccia sia prigioniero un gigante incollerito che sfidò gli dei e quasi ci si crede.   Il luogo incute soggezione. Non è come  l’Olimpo, che i greci avevano eletto a     dimora delle loro divinità  ma in  realtà  di soggezione non ne incute affatto. In questo luogo, pietra che sale vertiginosa e foresta, si nota anche, e sembra quasi un miracolo, la presenza dell’uomo. Qualche monastero, qualche casetta. Tutte costruzioni incastonate nella roccia come nidi d’aquila, come pura continuazione dell’architettura naturale. In queste costruzioni vivono i 1.200 monaci della più strana repubblica del mondo.

Il Monte Athos infatti, pur essendo geograficamente dentro la Grecia e sottoposto in qualche misura alla sua sovranità, è una comunità indipendente, che risponde solo a se stessa. È   inutile tentar paragoni con San Marino o la Città del Vaticano. È una società diversa, che trova una giustificazione giuridica solo nella sua storia tutta particolare. Pare che i primi insediamenti di eremiti in cerca di silenzio e di pace risalgano addirittura al quarto secolo dopo Cristo. La storia del Monte Athos, però, ha ufficialmente inizio con una data, il 963, anno in cui il monaco S. Atanasio di Trebisonda vi fondò il primo monastero.

Nata sotto la protezione degli imperatori di Bisanzio, che fecero pervenire alle comunità monastiche splendidi tesori d’arte, questa piccola repubblica teocratica, fondata non su valori legali (come tutte le altre nazioni) ma su valori carismatici, si è mantenuta integra per mille anni, conservando ricchezze spirituali e materiali morte altrove. È sopravvissuta ai pirati, ai crociati, persino ai turchi, che pure devastarono tante chiese e tanti monasteri in altre zone della Grecia.

Evidentemente i monasteri del Monte Athos sono rimasti grazie alla potenza magnetica del luogo e delle persone che presiedevano alla difesa dei suoi valori. Il Monte Athos non è inaccessibile  a chi non è monaco. È inaccessibile solo alle donne. Vuole la leggenda che a questa terra sia approdata, spinta da una tempesta, la madre di Gesù con Giovanni Evangelista dopo la morte del figlio. Ora la terra, in omaggio alla Vergine, si chiama “giardino della Vergine” e non deve essere abitata da nessun’altra donna dogo di Lei. Neanche le imperatrici bizantine vi avevano accesso. Invece, gli uomini possono mettervi piede. Basta che si rivolgano alle autorità greche e chiedano il regolare permesso, un documento che dà facoltà di stare nella zona pochi giorni. In pochi giorni non si può capire    molto anche se questo per me è il secondo viaggio all’Athos. Ma anche in pochi giorni ho    avuto la possibilità di lavorare, cantare e pregare con i monaci. In un clima di estrema tolleranza. Le ragioni di questa tolleranza, di questa libertà individuale si trovano nelle radici della storia dell’ortodossia, così diversa da quella dei cristiani d’occidente. Penso a quei monaci ortodossi che            andarono in Oriente a testimoniare la loro fede lungo la famosa “via della seta” di Marco Polo. Nel loro cammino, di cui sono traccia i monasteri costruiti durante il viaggio, arrivarono fino ad Hong Kong ma non praticarono mai quel metodo propagandistico missionario che      in Occidente si è sovente tradotto in colonizzazione, affermazione di potere.

La loro era una testimonianza intesa come vita ascetica capace di irradiare intorno a sé qualcosa che fa convertire per simpatia, era un invito a “entrare a vedere”. Nessuna forma impositiva. E nessuna forma impositiva si riscontra nella vita del Monte Athos, dove in mille anni non è mai stata scritta una regola. Non ci sono leggi, non ci sono norme. Attraverso le elezioni si creano delle gerarchie            limitate però a quel minimo di funzioni amministrative necessarie anche a comunità estremamente semplici quali sono quelle dei monasteri. La libertà interiore fortemente sentita, si traduce in un comportamento di libertà esteriore.

Ogni monastero è una piccola “polis”, una città autonoma come si intendeva nella Grecia antica. Questo, fra l’altro, corrisponde alle esigenze spirituali dell’uomo greco che per natura estremamente individualista.

Qual è dunque la vita dei monaci del Monte Athos?

È difficile tradurla nei suoi termini esatti per chi ne vive così lontano, per chi non saprebbe stare senza televisione e senza automobile. I monaci de1 Monte Athos non solo non hanno né televisione né automobile, ma non fanno ricorso neppure alla luce elettrica. Usano le candele, e soprattutto usano il sole. La loro giornata è tutta sincronizzata con il levarsi e il calar del sole. La loro mezzanotte non quella dei nostri orologi, che la segnano con la loro meccanica perfezione ogni 24 ore in qualunque stagione e in qualunque giorno dell’anno. La loro mezzanotte         è sempre il calar del sole. La loro giornata incomincia sempre quando il sole si leva. E tra il levarsi e il calar del sole, un ripetersi di azioni e di pensieri che non possono venir turbati da bombardamenti di notizie provenienti dall’esterno.

I monaci del Monte Athos hanno potuto ignorare tante cose, in questo secolo. Persino l’esistenza della prima e della seconda guerra mondiale.

“Ma non è l’ignorare che intendiamo noi” mi dice Emanuele Grassi, italiano che ha passato lunghi periodi all’Athos, non è il non sapere. È il non valutare i fatti con l’enfasi drammatica che gli diamo noi. È il non restare attaccati alle contingenze della storia come noi, che legandoci strettamente al presente ci neghiamo una   visione globale della storia del passato e la proiezione finale verso ciò che ci attende”. Una vita, dunque, vissuta come transizione serena, come attesa di una destinazione finale.

Questi monaci hanno a portata di mano, se è lecito usare una così brutta espressione, un patrimonio immenso, ma vivono nella più totale inconsapevolezza di questi valori materiali. Nessuno di essi ha un’idea esatta dei dipinti, degli ori, del patrimonio bibliografico accumulato in mille anni, prima con il generoso contributo degli imperatori di Bisanzio e poi con il contributo di re e di zar. “Per i monaci del Monte Athos”    dice Grassi, “l’icona è soltanto uno strumento di liturgia, di funzione religiosa. Icona profumi incensi arte bellezza: è pura mediazione per la rivelazione che deve venire. Il tempo, per loro, non è che apparenza. Tutto è in rapporto all’eternità”. Anche la natura, stupenda, è strumento per questo modo di vivere e di essere. I monaci la accostano come le icone, senza violenza, senza desiderio di possesso, ma con lo spirito di chi la considera solo un’occasione in più in questa ricerca di elevazione.

Le costruzioni non modificano la natura, sono dettate dalla natura stessa. I monasteri si sono sviluppati a rosa, sulla base di naturali necessità di allargamento a mano a mano che altri uomini si aggiungevano alla comunità. Dilatazione di pietra per necessità di uomini. Non esistono strade ma solo sentieri, giusto quanto basta per compiere il cammino da un monastero ad un altro in un’area che è di 339 Kilometri quadrati. Eppure questi uomini che    della terra fanno un uso così discreto sono capaci di trarre vita dalla terra molto        più di chi vive in tutt’altra dimensione “Sul      Monte Athos tutti i sensi vivono in pienezza. La vista è   piena di cose belle e colorate. Ma anche l’olfatto, che nella nostra civiltà ha una modesta funzione riacquista qui la sua integrale importanza. Respirare, sul Monte Athos, non è routine per sopravvivere: è un modo di inserirsi in certi ritmi esistenziali. Dicono i monaci: “Signore, ti preghiamo per l’atmosfera che respiriamo” e respirano in un modo più calmo, più sereno del nostro, e questo è il principio di un vivere più calmo, più sereno del nostro. Un certo modo di pregare, buttandosi a terra, è insieme ginnastica del corpo e dello spirito. Non esiste distinzione fra l’uno e l’altro. È, per i monaci, un tutto armonico che va coltivato. I risultati di questa “ginnastica” si vedono anche in un senso fisico. Si possono incontrare uomini lucidissimi,      dal viso fresco, e scoprire al termine della conversazione che hanno più di 90 anni. Malattie quasi non ne            esistono. Anche sul Monte Athos si muore, ma l’uomo del Monte Athos, di solito, muore come una candela che è arrivata all’estrema consumazione. E muore sereno, con lo spirito dell’attesa. Dice ai confratelli: “Me ne sto andando”, e si raccoglie in se stesso per rendere il passaggio da uno stato all’altro nel modo il più indolore possibile. In Italia nei luoghi di gente che lavora vedo che ogni persona è un microcosmo che non comunica con gli altri. Mentre invece ognuna vorrebbe sapere tutto dell’altro. È quello che accade nei monasteri. Ognuno è sostituibile da un altro, ognuno è pronto a sostituire e a farsi sostituire. Quello che si dedica di preferenza al restauro delle icone sa però anche cucinare, pescare, zappare l’orto, cantare. Nessuno si sente identificato esclusivamente nella funzione che in quel momento svolge. Ognuno si sente identificato nelle funzioni di tutti e non dà importanza al proprio ruolo perché lo considera fittizio, transitorio. Da noi, invece, la funzione è tutto. Ognuno è, nella società, in quanto svolge “quella   funzione”. E più la funzione è “importante” più l’uomo si sente importante. Certo per noi il Monte Athos è la luna. Ci è difficile persino capire quale senso abbia, oggi, ventesimo secolo, una comunità di gente che vive così. Però è un fatto che dal Monte Athos vengono testimonianze che fanno pensare.

Armando Theodoro Corino

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