La condanna biblica della prostituzione maschile

La condanna dell’omosessualità da parte dei testi biblici viene spesso data per scontata. In realtà tale non è e andrebbe discussa con più profondità. In particolare è necessario distinguere tra la condanna dell’omosessualità tout court (non così chiara come molti beghini vorrebbero far credere) e la condanna della prostituzione maschile (più definita e netta). Di questo tema mi occuperò in questo articolo, partendo dall’Antico Testamento e vedendone i successivi sviluppi.

La storia narrata nell’Antico Testamento è la storia mitologica del popolo di Israele. Le parti più antiche (Genesi, Esodo…) sono mito vero e proprio, mentre quelle che narrano i fatti di epoche storiche più recenti sono un amalgama di fatti reali, racconti di miracoli e interventi divini.

Ciò che si può notare, al di là dei significati religiosi e spirituali, è la volontà di creare un’identità di popolo a partire da tribù diverse di pastori nomadi. Per far questo si rese necessaria una storia comune, che desse a tutti il senso dell’appartenenza (la comune discendenza da Abramo) e una cultura fatta di leggi, usanze e comportamenti, oltre che di credenze religiose, che distinguessero gli Israeliti dagli altri popoli.

Ovviamente la creazione di questa nuova identità e cultura non è stato un atto deliberato e conscio. Si è trattato, piuttosto, di un processo antropologico complesso e lungo, fatto di tradizioni antiche e nuovi elementi che si incontrano, si scontrano, si fondono e si alterano, finendo col creare una cultura organica e strutturata. Lo dimostra la permanenza, nel mito biblico, di elementi provenienti da miti precedenti, come il diluvio universale, già narrato nella mitologia sumera.

Se poi si considera che alcuni dei fatti narrati sono stati tramandati oralmente per secoli prima di essere fissati tramite la scrittura, possiamo ben comprendere come mai siano stati alterati e si siano coloriti di elementi divini e miracolosi. Pensiamo, per esempio, all’Esodo. È probabile che le tribù in fuga dall’Egitto abbiano marciato anche di notte, per allontanarsi il più velocemente possibile. Le torce usate per vedere la strada, nei secoli di racconto orale, si sono trasformate nella colonna di fuoco del terribile Dio degli eserciti.

Se si prendono in considerazione soprattutto i primi cinque libri dell’Antico Testamento (la Torah degli Ebrei), ovvero i più antichi, si può vedere come molte delle leggi date da Dio al suo popolo eletto segnino la differenza tra questo e i popoli vicini. Già il primo comandamento, proibendo altri culti, pone un confine netto, invalicabile. A rafforzarlo, poi, arrivano prescrizioni su cose che possono sembrarci poco importanti, ma che contribuirono non poco a rafforzare l’identità di Israele. Un passo abbastanza celebre del Levitico, per esempio, così recita:

Non vi taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né deturperai ai lati la tua barba. Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio. Io sono il Signore.[1]

Si vede qui la proibizione di aderire a mode straniere (il tagliarsi i capelli e la barba) definendo così anche una differenza estetica con i popoli circostanti. Stessa cosa si dica per la proibizione dei tatuaggi, con l’aggiunta del loro valore sacro per molte culture. I tatuaggi erano spesso associati a culti religiosi e rituali di passaggio a essi legati (come ancora accade in diversi popoli), o erano utilizzati a scopo magico. Sia il culto di altri dei che la magia sono, per la legge ebraica, proibiti. Più oscura è, per molti occidentali moderni, la proibizione dei tagli. Molti popoli usavano praticare dei tagli sul corpo in occasione della morte di persone care. La cicatrice che ne risultava sarebbe stata un indelebile ricordo del caro estinto. Questa pratica, ancora in uso presso alcune etnie africane, rientrava tra quelle da proibire. Anch’essa aveva a che fare con la religione e la sacralità dei popoli che la praticavano e non poteva quindi essere adottata da chi non poteva avere altro Dio all’infuori di quello di Israele.

Il Levitico (uno dei testi biblici meno conosciuti e più spesso citati a vanvera) contiene anche un paio di versetti usati dagli omofobi per giustificare la loro avversione per le persone omosessuali:

Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio.[2]

E ancora:

Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di essi.[3]

Queste condanne, che appaiono, se decontestualizzate, nette e chiarissime, vanno però inserite nel contesto storico-antropologico di cui si parlava. L’omosessualità è stata spesso (ed era anche all’epoca) ritenuta un “vizio straniero”. In molti autori sostennero, nei secoli, che le pratiche omosessuali (o “sodomitiche”) fossero conseguenza di contatti con popoli “barbari” che avevano contaminato le sane usanze del loro popolo. Questo pregiudizio era ancora radicato nel XX secolo in Europa dove perfino molti psicologi, psichiatri e giuristi ne erano convinti:

La pederastia, [ … ] è una aberrazione che ha le sue radici in tempi remotissimi. Sembra che questo vizio sia stato dagli Armeni trasfuso nei Persiani, i quali lo tramandarono ai Greci.[4]

Ancora oggi molti fanatici religiosi, soprattutto nel Terzo Mondo, mischiano omofobia e odio razziale e nazionalistico. È il caso di Martin Ssempa, un pastore ugandese, che da anni porta avanti la sua battaglia contro le persone omosessuali, sostenendo l’origine “coloniale” dell’omosessualità.

Per gli Ebrei dell’epoca biblica doveva essere una questione molto simile. L’omosessualità era vista come un comportamento vizioso e barbaro, diffuso tra gli altri popoli. Per una cultura che vede lo straniero come “impuro” ed esempio negativo, tale comportamento doveva essere vietato. Un modo di ragionare che vediamo un po’ ovunque e in tutte le epoche e che diviene particolarmente evidente in periodi di insicurezza sociale e di tensione. Pensiamo a tutti coloro che inveiscono contro l’introduzione di piatti o di modi di vestire stranieri perché contrari alle nostre tradizioni. E se a far sorgere simili rivendicazioni e posizioni basta l’arrivo di immigrati, immaginiamo come dovessero sentirsi gli antichi Israeliti: un popolo che abitava un piccolo stato piuttosto fertile, ma anche circondato da popoli dal carattere belligerante e ben più potenti di loro (basti pensare a Persiani, Babilonesi, Egizi).

La necessità di evitare la “contaminazione” da parte degli stranieri doveva sembrar loro assoluta e prioritaria, pena la scomparsa del loro popolo, del loro paese e della loro indipendenza. I richiami al dover mantenere l’identità intatta sono molti nell’Antico Testamento. Ovviamente i contatti e le contaminazioni erano inevitabili e in diversi periodi Israele vide l’affermarsi di culti pagani sul suo territorio e l’arrivo di stranieri ad abitare nelle sue città. Nelle Scritture vediamo come ciò faccia arrabbiare il geloso Dio d’Israele, il quale punisce i suoi servitori infedeli e manda profeti ad avvertire il popolo eletto di tornare sulla retta via. L’esempio più eclatante è forse quello contenuto nel libro del profeta Esdra:

Mentre Esdra pregava e faceva questa confessione piangendo, prostrato davanti alla casa di Dio, si riunì intorno a lui un’assemblea molto numerosa d’Israeliti, uomini, donne e fanciulli, e il popolo piangeva dirottamente. Allora Secania, figlio di Iechièl, uno dei figli di Elam, prese la parola e disse a Esdra: «Noi siamo stati infedeli verso il nostro Dio, sposando donne straniere, prese dalle popolazioni del luogo. Orbene: c’è ancora una speranza per Israele nonostante ciò. Ora noi facciamo questa alleanza davanti al nostro Dio: rimanderemo tutte queste donne e i figli nati da esse, secondo il tuo consiglio, mio signore, e il consiglio di quelli che tremano davanti al comando del nostro Dio. Si farà secondo la legge! Alzati, perché a te è affidato questo compito; noi saremo con te; sii forte e mettiti all’opera!»[5]

Le donne straniere e i loro figli saranno poi cacciati.

L’omosessualità, quindi, non era grave in sé, ma in quanto parte dell’identità straniera e, quindi, impura. Compiere atti omosessuali significava aderire a una cultura altra, il che era un atto di infedeltà a Dio.

A supporto di tale tesi giunge anche un altro elemento. I versetti del Levitico, infatti, potrebbero riferirsi, anche se non in modo chiaro, più alla prostituzione maschile (che era solo di tipo omosessuale, non essendo le donne libere e non potendo, quindi, andare con dei prostituti) che non all’omosessualità in generale. In una società patriarcale e fortemente maschilista come quella ebraica dei tempi biblici la donna non aveva nessun tipo di autorità. Essa era soggetta all’autorità del padre, prima, e del marito, poi. L’idea che un uomo potesse semplicemente “giacere con una donna”, senza esserne il marito, era estranea alla cultura ebraica. Le uniche donne con cui era possibile giacere al di fuori del matrimonio erano le prostitute e per questo i versetti del Levitico potrebbero far riferimento alla pratica del meretricio. 

Tale ipotesi apre una nuova strada interpretativa. La prostituzione femminile, per quanto condannata moralmente, era tollerata per lo “sfogo” degli uomini (un po’ come nell’Italia di un secolo fa), mentre quella maschile era proibita. In tal senso troviamo una certa comunanza con le leggi e le idee di un popolo che sta dall’altra parte del Mediterraneo, rispetto a Israele: i Greci. Ecco cosa scrive a tal proposito Eva Cantarella:

Sul fatto che un uomo non dovesse mai prostituirsi a un altro uomo l’opinione pubblica ateniese non aveva alcun dubbio. Quale che fosse la sua classe sociale, quale che fosse la sua ricchezza, quale che fosse la sua cultura, il cittadino ateniese [ … ] dava, della categoria di coloro che si vendevano (i pornoi) un giudizio durissimo.[6]

La condanna non si limitava alla censura morale e sociale:

Ean tis athēnaios hetairēsē (se un ateniese si sia prostituito), diceva la legge, «non potrà essere uno dei nove arconti, né ricoprire alcun sacerdozio, né esercitare le funzioni di pubblico avvocato, né alcuna magistratura, né cittadina, né fuori città, né elettiva, né sorteggiata. Non potrà essere inviato come araldo, né esprimere la sua opinione, né associarsi ai pubblici sacrifici, né portare pubblicamente la corona, né entrare nel recinto purificato[7] dell’agorà. Se farà qualcuna di queste cose, dopo essere stato giudicato colpevole di hetairēsis, sarà punito con la morte».[8]

Questo accadeva ad Atene, una città notoriamente piuttosto tollerante nei confronti dei rapporti omosessuali (pur con regole e limiti). Nella società ebraica, che tollerante in tal senso lo era molto meno, la differenza tra la condanna della prostituzione maschile e quella dell’omosessualità si confondono e fondono molto più facilmente.
La legge ateniese vieta solo la prostituzione maschile, mentre quella femminile era legale e diffusa. Come tra gli ebrei, anche ad Atene donne e uomini avevano rango sociale ben diverso e le donne non avevano autorità alcuna. La donna poteva, quindi, essere “mercificata” mentre l’uomo no. Da qui la condanna ateniese.

In alcune culture antiche, però, anche la prostituzione maschile trovava il suo spazio: uno spazio sacro, inserito in ritualità religiose. Per Israele bisognava quindi evitare a ogni costo che la prostituzione maschile dilagasse, poiché, insieme a essa, sarebbe dilagata l’apostasia.

Si potrebbe obiettare che una simile spiegazione sia difficilmente supportabile con l’unico appiglio di un’interpretazione dei versetti del Levitico. Per nostra fortuna ci vengono incontro altri passi biblici che parlano in modo chiaro dei prostituti sacri. Nel Deuteronomio troviamo questi versetti:

Non vi sarà alcuna donna dedita alla prostituzione sacra tra le figlie d’Israele, né vi sarà alcun uomo dedito alla prostituzione sacra tra i figli di Israele. Non porterai nella casa del Signore tuo Dio il dono di una prostituta né il salario di un cane, qualunque voto tu abbia fatto, poiché tutti e due sono abominio per il Signore tuo Dio.[9]

Notiamo la condanna della prostituzione sacra in generale, ma anche un accanimento particolare contro quella maschile. Il termine “cane” non indica, infatti, il miglior amico dell’uomo, ma indica in modo sprezzante i prostituti. Per le ragioni che abbiamo visto sopra, la prostituzione maschile era possibile solo in un contesto sacro. Proibendo la prostituzione sacra, la si proibiva del tutto.

Il Deuteronomio non è l’unico libro dove si trova questa condanna. Al di fuori dei confini di Israele permaneva il culto di Baal[10], che prevedeva la pratica della prostituzione sacra, e nei secoli le autorità ebraiche dovettero intervenire più volte per arginare la diffusione di tale culto e delle pratiche a esso connesse. Per farne comprendere la forte influenza basti dire che il nome di Baal viene spesso usato per indicare i falsi dei in generale (definiti appunto “i Baal”).

A tal proposito troviamo un passo del primo libro dei Re, dove si narra la storia di Asa, figlio di Abiam, re di Giuda, che riportò il regno sulla retta via dopo l’infedeltà di suo padre:

Nell’anno ventesimo di Geroboamo, re di Israele, divenne re su Giuda[11] Asa. Costui regnò quarantun anni in Gerusalemme. Sua madre si chiamava Maaca, figlia di Assalonne. Asa, come Davide suo antenato, fece ciò che è giusto agli occhi del Signore. Eliminò i prostituti sacri dal paese e allontanò tutti gli idoli eretti da suo padre.[12]

Nel secondo libro dei Re si narra invece la storia di Giosia, un re molto importante nella storia del popolo ebraico. In quel tempo, secondo la narrazione, il popolo ebraico si era completamente traviato, al punto da dimenticare la legge. Il sommo sacerdote Chelkia ritrova però il libro della legge nel Tempio. Giosia, saputolo, ripristina la legge e il culto e fa leggere il libro nel Tempio. Tra le azioni fatte dal re troviamo anche la messa al bando dei culti pagani e dei prostituti sacri:

Il re comandò al sommo sacerdote Chelkia, ai sacerdoti del secondo ordine e ai custodi della soglia di condurre fuori del tempio tutti gli oggetti fatti in onore di Baal, di Asera e di tutta la milizia del cielo; li bruciò fuori di Gerusalemme, nei campi del Cedron, e ne portò la cenere a Betel. Destituì i sacerdoti, creati dai re di Giuda per offrire incenso sulle alture delle città di Giuda e dei dintorni di Gerusalemme, e quanti offrivano incenso a Baal, al sole e alla luna, alle stelle e a tutta la milizia del cielo. Fece portare il palo sacro dal tempio fuori di Gerusalemme, nel torrente Cedron, e là lo bruciò e ne fece gettar la cenere nel sepolcro dei figli del popolo. Demolì le case dei prostituti sacri, che erano nel tempio, e nelle quali le donne tessevano tende per Asera.[13]

Non mi dilungo oltre nel citare i passi dove si parla della prostituzione sacra, essendo questi i più importanti e approfonditi. Bastano quelli qui affrontati per comprendere l’importanza della condanna della prostituzione maschile, che travolge e coinvolge anche la semplice omosessualità maschile. Di rapporti lesbici, infatti, nella Bibbia non si parla. Come abbiamo visto le donne non avevano autorità alcuna e non potevano decidere se e con chi sposarsi. I loro desideri erano, per la società dell’epoca, irrilevanti.

La prostituzione sacra è, quindi, il motivo principe della condanna dei rapporti omosessuali, i quali si inserivano nell’ossessione della cultura israelitica antica per la conservazione della propria identità. Tale pratica era, per gli Ebrei, strettamente connessa con i culti pagani tanto da vedere in essi qualcosa di simile alla prostituzione stessa. Come, infatti, le prostitute e i prostituti si vendono per denaro, così gli idolatri si vendono, adorandoli, a falsi dei per ottenerne favori:


L’invenzione degli idoli fu l’inizio della prostituzione, la loro scoperta portò la corruzione nella vita.[14]

Gli idolatri erano poi visti come malvagi e perversi in ogni cosa:

Poi non bastò loro sbagliare circa la conoscenza di Dio;

essi, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza,

danno a sì grandi mali il nome di pace.

Celebrando iniziazioni infanticide o misteri segreti,

o banchetti orgiastici di strani riti,

non conservano più pure né vita né nozze

Poi non bastò loro sbagliare circa la conoscenza di Dio;

essi, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza,

danno a sì grandi mali il nome di pace.

e uno uccide l’altro a tradimento

o l’affligge con l’adulterio.

Tutto è una grande confusione:

sangue e omicidio, furto e inganno,

corruzione, slealtà, tumulto, spergiuro;

confusione dei buoni, ingratitudine per i favori,

corruzione di anime, perversione sessuale,

disordini matrimoniali, adulterio e dissolutezza.[15]

Concludendo, dobbiamo porci una domanda fondamentale per i credenti: oggi tale condanna ha senso?

La condanna dell’idolatria rimane valida per il Cristianesimo (anche se, ovviamente, deve riguardare solo la coscienza del credente e non la legge dello stato), ma la società di oggi ha decisamente superato (o almeno dovrebbe averlo fatto) certi pregiudizi, come quello sull’origine straniera dell’omosessualità.

Non voglio entrare nel discorso sulla liceità della prostituzione, sacra o meno che sia. Quel che qui conta è la distinzione tra prostituzione maschile e omosessualità e il superamento del concetto di omosessualità come tratto culturale e, di conseguenza, scelta deliberata. La legge antica è comprensibile se inserita nel contesto che l’ha vista nascere. Essendo però venuto a mancare il contesto storico, sociale, culturale, la legge non può essere considerata valida in senso letterale. Soprattutto non possiamo continuare a perpetrare errori dovuti a una mancanza di conoscenza di certe tematiche, che se è scusabile in un’epoca così antica, non lo è più oggi.

Anche da un punto di vista strettamente teologico, del resto, dobbiamo ricordare che già San Paolo di Tarso dice che la necessità della legge antica, nella sua forma, è superata dalla fede in Cristo, che si è fatto carico delle colpe dell’uomo:

Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti. Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle. E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.[16]

In questo passo si nota anche il superamento del discorso identitario del popolo di Israele. San Paolo si rivolge a quegli stranieri che si sono convertiti al Cristianesimo: Romani, Filippesi, Corinzi, Galati…

Il crollo del tabù dello straniero come portatore di impurità apre una nuova era e la legge antica, che segnava proprio la differenza tra il popolo eletto e i “gentili”, perde il suo senso, la sua utilità, la sua giustificazione. Forse non è un caso che a scrivere queste parole sia stato proprio San Paolo, ebreo di sangue, ma cittadino romano. Un uomo, quindi, ideale per far da “ponte” tra il messaggio evangelico maturato in seno al popolo ebraico e il resto del mondo. Certo, San Paolo ancora risente dell’educazione ricevuta e nelle sue lettere si respira un forte maschilismo e un’avversione per “sodomiti” ed “effeminati”. Anche per lui vale il discorso fatto sulla necessità di contestualizzare le Scritture nella loro epoca e cultura. Eppure, come abbiamo visto, proprio questo Santo spesso odiato dai sostenitori dei diritti civili e amato dai bigotti ci dà degli strumenti notevoli per il superamento del pregiudizio contro le persone lgbtqia ancora, ahimè, presente in molta parte dei cristiani.

Si spera che queste considerazioni (che certo non sono solo mie) acquistino sempre più spazio, anche dentro le chiese più tradizionaliste, come quella cattolica romana o quelle ortodosse, in modo da porre fine, una volta per sempre, a secoli di odio e di sofferenza per le persone lgbtqia. Una speranza che non è infondata, visto che sempre più teologi e sempre più sacerdoti la pensano in questo modo.

Padre Enrico Proserpio


[1] Levitico, capitolo 19, versetti 27 – 28, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[2] Levitico, capitolo 18, versetto 22, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[3] Levitico, capitolo 20, versetto 13, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[4] Luciano Ferrante Capetti, Reati e psicopatie sessuali, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1909, pagine 22 – 23. Il passo fa particolare riferimento alla pederastia, ovvero ai rapporti omosessuali tra adulti e ragazzi in età adolescenziale, ma il pregiudizio può essere esteso all’omosessualità in generale. I termini “pederastia” e “pederasta” sono, del resto, spesso stati usati come sinonimo dispregiativo di omosessuale, estendendoli anche ai rapporti tra uomini adulti.

[5] Esdra, capitolo 10, versetti 1 – 4, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[6] Eva Cantarella, Secondo natura la bisessualità nel mondo antico, edizioni BUR, 2007, pagina 73. Corsivo nel testo originale.

[7] Interessante è l’accenno, nella legge ateniese, al “perimetro purificato”. Anche per gli Israeliti la purezza era importante ed era, anzi, uno dei pilastri della loro morale. Gran parte delle norme contenute nella legge ebraica distinguono cosa sia puro e cosa impuro, dalle pratiche sessuali, agli alimenti, ai contatti umani. Molte di tali norme sono di natura sanitaria, igienica, ma molte altre sono culturali, religiose.

[8] Eva Cantarella, Secondo natura la bisessualità nel mondo antico, edizioni BUR, 2007, pagina 73. Corsivo nel testo originale.

[9] Deuteronomio, capitolo 23, versetti 18 – 19, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[10] Baal era una divinità fenicia, passata poi al popolo cananeo. Per gli Ebrei diventa il simbolo stesso dei falsi dei stranieri. Nel Cristianesimo lo troviamo come demone.

[11] Dopo il regno di Salomone e a causa dei suoi peccati di idolatria il regno di Israele di spaccò in due. Da una parte rimase un regno con lo stesso nome e dall’altra il regno di Giuda. Su quest’ultimo regnarono i discendenti del re Davide.

[12] I Re, capitolo 15, versetti 9 – 12, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[13] II Re, capitolo 23, versetti 4 – 7, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[14] Sapienza, capitolo 14, versetto 12, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[15] Sapienza, capitolo 14, versetti 22 – 26, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[16] Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati, capitolo 3, versetti 6 – 14, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

Sodomia e onanismo: storia di due fraintendimenti

Questo articolo fu scritto per un numero della rivista “Il Simposio” oggi esaurito intitolato “Oltre l’arcobaleno”.

L’interpretazione delle Sacre Scritture non è cosa semplice e dà spesso adito a diatribe sul reale significato di un passo o di un versetto. Anche il metodo interpretativo, il modo con cui si guarda al testo, è cambiato molto di epoca in epoca: dall’interpretazione letterale si è passati a quella simbolica e allegorica e, infine, all’approccio storicistico. Proprio perché nulla è certo nell’interpretazione delle Scritture credo sia opportuno ripassare i brani che in qualche modo influenzano la morale riguardo le tematiche lgbtqia, cercando di vederli in un’ottica nuova e libera da pregiudizi.

Sodomia

Per “sodomia” si intende l’atto di penetrazione anale. Spesso tale termine viene usato come sinonimo di “omosessualità”, o di “sesso omosessuale”, soprattutto con riferimento all’omosessualità maschile. Si tratta di un uso errato. Anche le coppie eterosessuali infatti possono compiere sodomia.

Il termine viene dalla Bibbia, in particolare dal libro della Genesi, dove si narra l’episodio della distruzione della città di Sodoma:

I due angeli arrivarono a Sodoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sodoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. E disse: «Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada.» Quelli risposero: «No, passeremo la notte sulla piazza.» Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere gli azzimi e così mangiarono. Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sodoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!» Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: «No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto.» Ma quelli risposero: «Tirati via! Quest’individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!» E spingendosi violentemente contro quell’uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare la porta. Allora dall’interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero il battente; quanto agli uomini che erano alla porta della casa, essi li colpirono con un abbaglio accecante dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta.

Quegli uomini dissero allora a Lot: «Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli.» […]

Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo.[1]

Il passo non è chiaro come molti vorrebbero far credere. Il fatto che il peccato di Sodoma sia il sesso anale è cosa dubbia. Ancor più lo è il riferimento all’omosessualità. Certo, gli abitanti di Sodoma vogliono abusare degli ospiti di Lot, che essi vedono come uomini. Questo è ciò che ha fatto pensare alla condanna del rapporto sessuale tra uomini. A mio parere però non basta il fatto che i tre siano maschi a giustificare tale visione. Il contesto infatti è assai particolare. Non si parla di un “normale” rapporto tra uomini, ma di un tentativo di abuso. Possiamo dunque spostare l’attenzione dal fatto che si tratti di uomini al fatto che gli abitanti di Sodoma vogliano abusare di loro. Sono la violenza, l’abuso, lo stupro a essere condannati. Vero è che Lot offre le proprie figlie, e potrebbe quindi sembrare che lo stupro non sia condannato. Bisogna però considerare che la donna non godeva della dignità dell’uomo e che era ritenuta pari a un oggetto nelle mani del padre o del marito. Possiamo dunque lecitamente pensare che sia una condanna rivolta all’abuso su uomini, ritenuti degni di rispetto.

Inoltre dobbiamo considerare che molte civiltà antiche (e anche attuali) come l’antica Grecia, o gli Ebrei dei tempi biblici, ritenevano l’ospitalità una cosa sacra a Dio (o agli dei). L’ospite era dunque inviolabile e sacro, al punto tale che abusarne e fargli violenza poteva essere ritenuto un “peccato che grida vendetta al Cielo”, al pari dell’omicidio. Tale interpretazione è suffragata anche da un passo del libro dei Giudici dove un levita[2] viene ospitato durante un viaggio insieme alla sua concubina:

Così lo condusse in casa sua e diede foraggio agli asini; i viandanti si lavarono i piedi, poi mangiarono e bevvero. Mentre aprivano il cuore alla gioia ecco gli uomini della città, gente iniqua, circondarono la casa, bussando alla porta, e dissero al vecchio padrone di casa: «Fa uscire quell’uomo che è entrato in casa tua, perché vogliamo abusare di lui.» Il padrone di casa uscì e disse loro: «No, fratelli miei, non fate una cattiva azione; dal momento che quest’uomo è venuto in casa mia, non dovete commettere questa infamia! Ecco mia figlia che è vergine, io ve la condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare; ma non commettete contro quell’uomo una simile infamia.» Ma quegli uomini non vollero ascoltarlo. Allora il levita afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e abusarono di lei tutta la notte fino al mattino; la lasciarono andare allo spuntar dell’alba.[3]

La donna muore per gli abusi e il levita prega Dio di vendicare il torto fatto. E Dio fa morire i violentatori.

In questo passo è una donna a essere abusata. La donna è violentata e uccisa e Dio vendica questo atto. Ma non vendica la donna, bensì il torto fatto al levita, padrone della donna stessa. È la mancanza di rispetto verso l’ospite, e il tentativo di abuso su un uomo, a scatenare l’ira del Signore.

La connessione tra il passo del levita e quello di Sodoma è chiara a chiunque perda qualche minuto a leggerli. Lo schema è molto simile: in entrambi il padrone offre la figlia (o le figlie nel caso di Lot) in cambio dell’ospite, in entrambi si chiede di non commettere l’infamia poiché la persona è “venuta in casa mia” divenendo così un ospite, sacro a Dio.

Diventa quindi difficile continuare a sostenere che il peccato di Sodoma sia il sesso anale. Tale interpretazione, tra l’altro, pare essere relativamente tarda. Se già al tempo di Cristo, infatti, si dava al termine Sodomia una connotazione sessuale (San Paolo la usa in tal senso), lo stesso non vale per i libri dei profeti. Sodoma è infatti citata da Geremia in una sua invettiva contro i falsi profeti. Da essa sembra che il peccato di Sodoma sia la violenza, la violazione della legge, il tradimento, la falsità:

Ma tra i profeti di Gerusalemme

ho visto cose nefande:

commettono adulteri e praticano la menzogna,

danno mano ai malfattori,

sì che nessuno si converte dalla sua malvagità;

per me sono tutti come Sodoma

e i suoi abitanti come Gomorra.[4]

Per Geremia, quindi, Sodoma è rappresentazione della prevaricazione di ogni legge, della mancanza di morale, dell’iniquità. Non c’è però riferimento al tema dei rapporti sessuali “contro natura”. Così come non lo si trova nell’invettiva di Ezechiele contro Gerusalemme, dove Sodoma è accusata di orgoglio e usata come monito a Gerusalemme. Ezechiele riporta la stessa visione di Geremia con termini diversi. È l’orgoglio, il ritenersi grandi, che porta gli uomini a disprezzare la legge e a perdere il timore di Dio. E aggiunge il disprezzo per il povero e il bisognoso. Ecco cosa dice Ezechiele:

Ecco, ogni esperto di proverbi dovrà dire questo proverbio a tuo riguardo [di Gerusalemme, nda]: quale la madre, tale la figlia. Tu sei la degna figlia di tua madre, che ha abbandonato il marito e i suoi figli: tu sei sorella delle tue sorelle, che hanno abbandonato il marito e i loro figli. Vostra madre era una Hittita e vostro padre un Amoreo. Tua sorella maggiore è Samaria, che con le sue figlie abita alla tua sinistra; tua sorella più piccola è Sodoma, che con le sue figlie abita alla tua destra. Tu non soltanto hai seguito la loro condotta e agito secondo i loro costumi abominevoli, ma come se ciò fosse stato troppo poco, ti sei comportata peggio di loro in tutta la tua condotta. Per la mia vita – dice il Signore Dio – tua sorella Sodoma e le sue figlie non fecero quanto hai fatto tu e le tue figlie! Ecco, questa fu l’iniquità di tua sorella Sodoma: essa e le sue figlie avevano superbia, ingordigia, ozio indolente, ma non stesero la mano al povero e all’indigente: insuperbirono e commisero ciò che è abominevole dinanzi a me: io le vidi e le eliminai.[5]

Alla luce di tutto ciò, mi sento a mio agio nel dire che nel passo di Sodoma non c’è alcuna condanna dell’omosessualità, o di una pratica sessuale. Sodoma viene distrutta per la sua superbia, per il suo orgoglio che la porta a violare la legge, a voler abusare di persone che, come ospiti, sono sacre al Signore. Questo punto è particolarmente importante. Il peccato di “sodomia” è infatti uno dei quattro “peccati che gridano vendetta al Cielo”. Gli altri sono l’omicidio volontario, l’oppressione dei poveri, la negazione della giusta mercede del lavoro. Nell’attuale dottrina cattolica il peccato di sodomia non è più indicato con questo termine (forse ritenuto démodé). Viene descritto come “peccato impuro contro natura”. Ma così facendo si compiono due inesattezze. Il tema dell’impurità infatti è, nella Bibbia, assai vasto. Molte sono le cose che rendono impuri: dal giacere nello stesso letto di una donna mestruata, al mangiare gamberi, dal mischiare latte e carne, all’indossare vestiti di materiale misto. Il rapporto omosessuale è solo una di queste cose. Ce lo dice il Levitico, libro in cui si trova il più celebre accenno alla questione omosessuale[6]:

Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro.[7]

Inoltre il fatto di non accennare più alla sodomia distacca questo precetto dal passo biblico di Sodoma. Si potrebbe dunque pensare che la reinterpretazione del passo stesso non abbia conseguenze sulla dottrina riguardante i peccati che gridano vendetta al cielo. E questo è falso. Sembra quasi che questa nuova formulazione, più elegante e neutra, sia stata fatta per tutelare la dottrina dallo smascheramento dell’errore interpretativo. E ciò sarebbe, davvero, un abominio!

Onanismo

L’onanismo è questione meno dibattuta della sodomia. Forse perché non è un tema così importante da un punto di vista politico o forse perché, in fondo, oggi non desta più molto scandalo.

Per onanismo si intende l’autoerotismo, la masturbazione[8]. Eppure il passo di Onan parla di tutt’altro. Leggiamolo:

Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar. Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. Allora Giuda disse a Onan: «unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità al fratello.» Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello. Ciò che faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui.[9]

È chiaro dal passo del Genesi che non si tratta di masturbazione. Onan compie infatti il coitus interruptus e non l’autoerotismo[10]. Inoltre mi sembra sia chiaro che il peccato di Onan, la colpa che lo rende non gradito al Signore non è questo, ma il rifiuto di dare un figlio al fratello defunto. Secondo l’antica legge del levirato, infatti, quando un uomo moriva, la moglie di costui passava al fratello, o a un parente stretto. Se il defunto non aveva lasciato figli maschi, il primo maschio nato dalla vedova e dal nuovo marito veniva riconosciuto come figlio del defunto e ne portava avanti il nome e la stirpe. Questa legge, che oggi ci può sembrare assurda, aveva un senso profondo in una società pastorale nomade come quella degli ebrei dei tempi della Genesi. Tali società si basano sul clan e sulle stirpi e la fine di una linea di discendenza crea squilibri all’interno del gruppo.

Onan rifiuta di rispettare tale legge. Non vuole un figlio che non sia riconosciuto come suo e per questo motivo fa di tutto per evitare di ingravidare la nuova moglie. Il suo peccato, dunque, è il mancato rispetto del levirato e non il coitus interruptus in sé.

Purtroppo però una certa teologia sessuofoba, di matrice forse più stoica che prettamente ebraica o cristiana, ha voluto vedere nella dispersione del seme il punto cardine della vicenda di Onan. Per la visione stoica il piacere è nemico della virtù e va rifuggito. L’unico sesso lecito è dunque quello che porta alla riproduzione, cosa utile alla società che così si perpetua. Questa visione, originaria della filosofia greca e tipica del tardo paganesimo romano, venne assorbita dal nascente cristianesimo che, con due millenni di ritardo, comincia ora a liberarsi da questo atteggiamento di condanna del piacere e della gioia[11].

Ma è davvero importante oggi la questione dell’onanismo? Purtroppo sì. La condanna religiosa ha influenzato anche il dato scientifico a riguardo. Nonostante l’illuminismo del XVIII secolo fosse in aperta polemica con la religione e la chiesa, non riuscì a liberarsi di duemila anni di false credenze e di pregiudizi. Gli scienziati di quel periodo e del XIX secolo tradussero gli atti “immorali” della religione in “malattie psichiatriche”. La “normalità” divenne una sorta di nuova religione che dettava il giusto modello, quello ritenibile “sano”. Ciò che era minoritario o immorale (l’omosessualità, per esempio) divenne malattia e devianza. La sessualità venne ridotta all’atto della penetrazione vaginale e poco più. Il resto era degenerazione, nevrosi, malattia. Vittime di questa tendenza furono le categorie oppresse come gli omosessuali e le donne. Alle donne, addirittura, si negava la possibilità di provare piacere: una donna che avesse dichiarato di provare piacere nel sesso era ritenuta pazza, nevrotica. In questi casi si arrivava a consigliare interventi anche radicali, come l’escissione del clitoride. Lo stesso Sigmund Freud la consigliava per quelle donne che mantenevano una tendenza clitoridea, invece che vaginale, anche in età adulta.

L’uomo eterosessuale era il padrone della società, ma nemmeno lui era esente dalla censura. Per lui la condanna riguardava la masturbazione. E se un uomo adulto sfugge al problema perché la masturbazione è cosa solitaria e privata e, quindi, segreta, il bambino, per la sua ingenuità e il maggior controllo che subisce, cade vittima del sistema.

Il XIX secolo fu un periodo di fervida immaginazione nell’inventare mezzi per evitare la masturbazione. Cinture di tutte le fogge e i materiali furono create per impedire ai ragazzini di “toccarsi”. Questi indumenti erano veri e propri mezzi di tortura per chi era obbligato a farne uso. Al disagio fisico si aggiungeva la derisione da parte degli altri. Non era facile, infatti, nascondere l’ingombro di simili aggeggi.

In ambito medico e psichiatrico fu poi un florilegio di testi e trattati contro l’onanismo dove si descrivevano conseguenze terribili della masturbazione. Si diceva che essa, se troppo frequente, poteva provocare debolezza, deperimento, malessere e perfino cecità e cancrene. Nella prima metà del secolo troviamo testi come “Le livre sans titre[12]” che, addirittura, evita di citare la “terribile pratica” nel titolo, o il “Conseils sur les moyens de corriger les jeunes détenus de l’habitude de l’onanisme[13]”. Nel secondo l’autore consigliava l’uso del primo come deterrente. Egli diceva infatti che benché il testo di “Le livre sans titre” fosse mediocre, le immagini potevano essere di grande aiuto. Questo libro è infatti corredato da un’abbondante galleria di disegni ben fatti e curati che descrivono il lento e inesorabile decadimento fisico dell’onanista, che da ragazzo aitante, bello e di belle speranze, diviene emaciato, debole, infermo, fino a morire, diciassettenne, tra orribili tormenti. Le immagini servono a creare la paura, il terrore per la rovina fisica e per la malattia. L’onanista sembra un appestato, un uomo distrutto da un morbo terribile e inguaribile. E proprio per questo motivo era ritenuto adatto alla correzione dei giovani detenuti. Insomma, non bastava richiuderli e privarli della libertà. Si voleva negar loro anche l’ultimo piacere rimasto!

Oltre ai testi nacquero diversi musei dove i danni della masturbazione venivano raffigurati con realistiche statue di cera. Tutti potevano così vedere e “comprendere”. Mentre i testi erano destinati solo alla parte colta della popolazione, i musei e le statue potevano essere visti da tutto il popolo. Si trattava di un tentativo di educazione delle masse secondo i principi di una scienza che si credeva oggettiva, ma che si basava solo su pregiudizi. La propaganda funzionò. Basti pensare ai detti delle nostre nonne che per dissuadere i figli dalla masturbazione li apostrofavano dicendo “se ti tocchi ti vengono i brufoli” o “se ti tocchi diventi cieco”.

Come se non bastasse la repressione della masturbazione volontaria, si infieriva anche sulle polluzioni notturne, ovvie e naturali conseguenze della mancanza di eiaculazioni. Si giunse alla creazione di apparecchi che davano una scossa elettrica al ragazzo che li indossava in caso di erezione notturna durante il sonno. Una cosa decisamente sadica e insensata.

Oggi queste cose potrebbero indurre al sorriso. Eppure esistono ancora persone che credono in queste fandonie e applicano i mezzi contro la masturbazione ai loro figli. Negli USA soprattutto, diverse chiese cristiane estremiste (evangelisti, pentecostali…) ancora predicano la dannosità della masturbazione e la necessità di impedire con ogni mezzo a bambini e ragazzini di praticarla. I danni psicologici che questi subiscono sono cosa nota.

Onanismo” e “sodomia” non sono, per la mentalità dei fanatici, cose disgiunte. Fino a non molto tempo fa (anni settanta) si riteneva che l’esagerata pratica masturbatoria portasse all’omosessualità. Del resto è comprensibile che, per un tipo di pensiero che ritiene “malato” tutto ciò che è immorale per la massa, una “devianza” portasse all’altra, in una sorta di piano inclinato verso l’inferno.

Insomma, ancora oggi continuano le torture a giovani innocenti a causa di pregiudizi indegni e ingiustificati. Il fanatismo e l’ignoranza sembrano essere due bestie in ottima salute e assai difficili da sconfiggere. Per questo ho ritenuto fosse cosa buona chiarire alcuni punti, alcuni malintesi millenari che ancora continuano a creare sofferenza e morte. Non ho parlato dei tentativi di “cura” dell’omosessualità ancora praticati con vari mezzi. Si va da “corsi” riparativi che mischiano religione e pseudo-psicologia a vere e proprie “terapie d’urto”. Anni fa negli USA un ragazzo, figlio di un pastore evangelista, fu torturato dal padre che voleva guarirlo. Il pastore legò il figlio alla sedia e gli mostrò diverse foto e video pornografici a tematica gay. Mentre il ragazzo guardava, il padre gli infilava schegge sotto le unghie. Secondo questo sadico fanatico il ragazzo, collegando scene di sesso gay al dolore, sarebbe diventato eterosessuale. Questo caso finì bene. Il ragazzo se ne andò di casa e si fece una sua vita. Molti altri però finiscono molto peggio, con violenze continue (fisiche e psicologiche), o con la morte. Anche per questo è importante combattere i pregiudizi interni agli ambienti religiosi.

Padre Enrico Proserpio


[1] Genesi, capitolo 19, versetti 1 – 13 e 23 – 25, Bibbia di Gerusalemme, traduzione italiana 2002, Edizioni Dehoniane Bologna.

[2] I leviti, o membri della tribù di Levi, erano destinati per nascita al servizio al Tempio e per questo godevano di particolare rispetto.

[3] Giudici, capitolo 19, versetti 21 – 25, Bibbia di Gerusalemme, traduzione italiana 2002, Edizioni Dehoniane Bologna.

[4] Geremia, capitolo 23, versetto 14, Bibbia di Gerusalemme, traduzione italiana 2002, Edizioni Dehoniane Bologna.

[5] Ezechiele, capitolo 16, versetti 44 – 50, Bibbia di Gerusalemme, traduzione italiana 2002, Edizioni Dehoniane Bologna.

[6] Anche l’interpretazione di questo passo non è così scontata. Sempre più teologi ci vedono la condanna della prostituzione maschile e non dell’omosessualità tout court.

[7] Levitico, capitolo 20, versetto 13, Bibbia di Gerusalemme, traduzione italiana 2002, Edizioni Dehoniane Bologna. Si noti che la condanna riguarda solo l’omosessualità maschile. Di quella femminile la Bibbia non tratta mai.

[8] Come per l’omosessualità, anche per l’onanismo la dottrina si riferisce alla masturbazione maschile.

[9] Genesi, capitolo 38, versetti 6 – 10 Bibbia di Gerusalemme, traduzione italiana 2002, Edizioni Dehoniane Bologna.

[10] Anche il coitus interruptus viene, a volte, definito onanismo nonostante solitamente si intenda la masturbazione.

[11] Anche se la Chiesa Cattolica Apostolica Romana e parecchie altre chiese più o meno fanatiche continuano nella loro condanna della “libidine”, altre chiese hanno un atteggiamento aperto e più sereno sull’argomento.

[12] “Il libro senza titolo”, Parigi 1830

[13] “Consigli sui mezzi per correggere i giovani detenuti dall’abitudine dell’onanismo”, testo della prima metà del XIX secolo scritto da un amministratore penitenziario.