La Divina Liturgia

Che il Cristianesimo sia una religione ricca di spiritualità e portatrice di una grande tradizione credo sia evidente. E cosa meglio della messa può essere momento cruciale e fondamentale del perpetuarsi di questa tradizione e del realizzarsi in concreto della sua carica spirituale?

La copertina del libro.

Proprio la messa, con tutti i suoi significati, è protagonista del libro “La Divina Liturgia” di Jean Hani, pubblicato per i tipi delle Edizioni Arkeios.

L’autore prende in esame la messa cattolica, tanto latina quanto orientale, prendendo le distanze dal protestantesimo. La visione protestante, che rifiuta il ruolo sacerdotale e celebra la messa solo “in memoria di”, rompe con la tradizione, avendo rifiutata quella trasmissione spirituale che passa attraverso l’Ordine, il sacramento che fa di un uomo un sacerdote. Senza questo, la messa diventa una celebrazione vuota, senza quel “quid” divino che si incarna e manifesta nell’Eucarestia cattolica. Questa precisazione è importante, poiché oggi più che mai si rischia una “spiritualizzazione” delle pratiche religiose, della ritualità e del simbolismo, scambiate per semplici “forme” o, peggio, per “folklore”. Ecco cosa ci dice a riguardo Hani:

La spiritualizzazione dell’idea di sacrificio che porta a un semplice moto di fede personale al sacrificio di Cristo compiutosi in illo tempore e alla preghiera di lode – ciò che è la posizione protestante – rovina non soltanto la nozione di sacrificio, ma l’idea stessa di religione, poiché il sacrificio celebrato hic et nunc è un elemento essenziale costitutivo di tutte le religioni. In effetti, questa spiritualizzazione eccessiva comporta il rischio di sfociare in un rifiuto di qualsiasi forma, di qualsiasi atto esteriore; lo stesso a cui arrivò il tardo giudaismo. La religione cede allora il passo a un sentimentalismo religioso individualista e soggettivista, nel quale ci si occupa molto più dell’uomo che di Dio.

Proprio Cristo, prima della sua morte, ha istituito il rito che, in ogni momento, doveva perpetuare in modo concreto e oggettivo il mistero di salvezza e ha trasmesso ai discepoli il potere soprannaturale di compierlo in modo reale…[1]

E ancora:

La concezione protestante è totalmente estranea alla fede delle Chiese apostoliche sia d’Oriente che d’Occidente per le quali, nonostante talune divergenze teologiche di dettaglio, la messa è un sacrificio reale operato per mezzo della presenza reale di Cristo nell’offerta del pane e del vino. Nella messa, dice la Chiesa latina, Cristo è «veramente, realmente e sostanzialmente» presente.[2]

Vediamo dunque come per l’autore sia fondamentale la ripetizione reale e oggettiva del sacrificio di Cristo, che nell’Eucarestia si manifesta nella sua pienezza. Il sacerdote, con la consacrazione delle offerte, rende possibile il miracolo della transustanziazione, per usare il termine cattolico-romano, per virtù del quale il pane e il vino divengono realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue di Cristo. E perché ciò sia possibile, è necessario che il celebrante sia investito dell’autorità per farlo, che sia una persona “qualificata”, ovvero che abbia ricevuto quel principio spirituale che attraverso la Successione Apostolica è giunto da Cristo fino a noi. Come dargli torto?

Il testo citato sottolinea la dimensione del sacrificio che è il senso centrale della celebrazione della messa. Secondo Hani (e mi trovo con lui pienamente d’accordo) il sacrificio di Cristo sulla croce è l’apoteosi di ogni sacrificio, la conclusione di un’era e l’inizio di un’altra. Il sacrificio cristico riassume e incorpora in sé tutti i tipi di sacrificio della tradizione ebraica (e non solo). In questa esistono diversi tipi di sacrificio, ognuno con un suo scopo e una sua particolare portata spirituale.

Il primo e più semplice era l’oblazione (minha), o sacrificio incruento, in cui si sacrificavano a Dio le primizie della terra, pani unti di olio e altri cibi.

L’olocausto (olah) è invece il più importante tra i sacrifici cruenti. La vittima (un toro, un ariete, un capro…) veniva dapprima sgozzata e quindi bruciata completamente sull’altare. Il sangue veniva usato per aspergere i quattro angoli dell’altare.

Il sacrificio di pace (zebah shelamim) era un sacrificio di comunione con Dio. La vittima veniva bruciata sull’altare solo in parte, mentre ciò che rimaneva veniva consumato dai sacerdoti e dai fedeli in un banchetto sacro. Anche il pranzo pasquale a base di agnello o capretto fa parte di questo tipo di sacrificio.

L’hattat era invece un sacrificio di purificazione ed espiazione. Anche qui la vittima era in parte consumata e in parte bruciata.

Infine c’era una modalità particolare di sacrificio con cui il sacerdote chiedeva il perdono dei peccati del popolo. Due capri venivano consacrati con l’imposizione delle mani sulla testa (pratica comune anche agli altri tipi di sacrificio): uno veniva sacrificato e bruciato sull’altare, mentre il secondo veniva portato nel deserto e lì precipitato da una rupe. Questo secondo animale (il “capro espiatorio”) portava con sé i peccati del popolo.

Cristo riassume in sé tutto questo.

Ma perché il sacrificio riveste una tale importanza? Il sacrificio mette in contatto l’uomo con Dio, lo aiuta nella sua ascesi verso la reintegrazione. Il sangue ricopre un ruolo essenziale negli antichi riti sacrificali:

[…] il sangue è in relazione con l’essenza trascendente dell’uomo che risiede nel cuore. Ora, l’animale ucciso era sostituito all’uomo, come evidenziava il rito preliminare dello semikha in cui l’offerente imponeva la mano sulla testa della vittima e la presentava all’altare; l’effusione del sangue della vittima significava che l’offerente si riuniva e si offriva a Dio per mezzo dell’altare e seguiva simbolicamente l’itinerario dell’animale le cui carni, sublimate dal fuoco, «salivano» verso Dio.[3]

Nella messa il sacerdote ripete questa stessa azione: con l’imposizione delle mani consacra il pane e il vino, permettendo il miracolo della transustanziazione, ripetendo in modo reale e oggettivo il sacrificio di Cristo sul Golgota. In questo è fondamentale il rituale, che si compie per ricordare il momento in cui Cristo, nell’ultima cena, istituì l’eucarestia come gesto fondante della nuova alleanza. Il rito compiuto nella messa non ha tempo, ma riporta il sacerdote e i fedeli in una dimensione a-temporale in cui il rito si unisce a quello originale, perpetuando e rinnovando l’alleanza.

Oltre all’importanza del sacrificio, Hani affronta alche la simbologia e il ruolo delle altre parti della messa, tutt’altro che superflue. Interessante il discorso sulla lettura di passi della Scrittura e del Vangelo in particolare. Secondo l’autore infatti la parola di Dio è fatta per essere comunicata oralmente, per essere letta con il giusto ritmo (e non in modo emotivo e teatrale) perché giunga direttamente al cuore dell’uomo. Solo pronunciandola la Scrittura diventa viva, vibrante:

Le parole rivelate nelle Scritture, vengono attualizzate mediante la recitazione rituale. La lettura liturgica viene equiparata, dai rabbini, all’emissione diretta della Voce divina sul Sinai. Questo è il motivo per cui la lettura liturgica va fatta secondo un determinato ritmo […] e, se non è salmodiata, deve essere fatta recto tono; non c’è più grande errore di quello di voler fare del Vangelo o dell’epistola una lettura «espressiva», secondo le regole della dizione profana, perché allora l’uomo vi mette necessariamente qualcosa di se stesso; mentre, in questo caso, la personalità dell’individuo umano deve scomparire davanti alla personalità trascendente del Maestro divino.[4]

E ancora: 

[…] la trasmissione della storia di Dio è la trasmissione orale di un segreto, il segreto di salvezza […], e questa trasmissione si fa da bocca a orecchio; il sacerdote «trasmette» […] e il fedele «riceve»…[5]

Interessante è l’approccio iniziatico, più che propriamente religioso, dell’autore, che giunge a paragonare la messa e la vicenda cristica al processo alchemico. Come la materia grezza, chiusa nell’uovo filosofale, soffre, brucia e “muore” per essere purificata, così il Cristo muore e risuscita portando con sé l’umanità e donandoci la Via verso la salvezza.

Concludo con un paio di critiche, poco importanti in verità rispetto alla portata del libro.

Dal discorso dell’autore traspare la visione di una tradizione unica a fondamento unico e universale di tutte le Vie. In realtà sarebbe ora di abbandonare questa idea. Ogni Via ha una propria tradizione, e se è vero che nelle Vie occidentali, a noi famigliari, possiamo riscontrare una base comune, non è vero che ciò sia valido a livello mondiale. L’autore fa notare alcune somiglianze a livello simbolico o rituale, la qual cosa non ci stupisce, ma ciò è ben lungi dal giustificare una tradizione comune a tutti. Il Centro è lo stesso per tutti, trattandosi del Divino, ma le Vie per giungervi sono differenti e possono, a volte, essere in aperto contrasto tra loro, come già faceva notare René Guénon. Inoltre, si respira a tratti una certa avversione nei confronti della scienza moderna. Hani accusa la modernità di “razionalismo” e di aver reso sterile la visione tradizionale fino a svuotare il simbolo di significato. Non possiamo dire che abbia torto, visto che molti religiosi oggi negano la carica sovrannaturale e divina del simbolo e della ritualità delle Vie tradizionali. Non possiamo però non notare che l’autore si spinge a negare delle realtà scientifiche oggettive e dimostrate, come l’evoluzione, e questo non ci sembra corretto. Negare la realtà non aiuta certo la diffusione delle verità tradizionali.

A parte queste ultime critiche, che comunque non diminuiscono il valore del libro, consiglio a tutti di leggere “La Divina Liturgia” per prendere coscienza dell’importanza e della bellezza spirituale e mistica di un rito che abbiamo tutti visto e che molti di noi vedono spesso, senza magari comprenderlo appieno.

Padre Enrico Proserpio


[1] Jean Hani, La Divina Liturgia, Edizioni Arkeios, 1999, pagina 28.

[2] Jean Hani, La Divina Liturgia, Edizioni Arkeios, 1999, pagina 31.

[3] Jean Hani, La Divina Liturgia, Edizioni Arkeios, 1999, pagina16.

[4] Jean Hani, La Divina Liturgia, Edizioni Arkeios, 1999, pagina 119 – 120.

[5] Jean Hani, La Divina Liturgia, Edizioni Arkeios, 1999, pagina 121.

Les jardins de Marmara

In questo video Monsignor Armando Theodoro Corino affronta il tema del peccato, con il sottofondo della canzone “Les jardin de Marmara” di Dalida.

Sotto il video la traduzione in inglese del discorso.

After the video, you can find the Speech english translation.

The idea of sin itself is no longer conceivable, because sin can be reckoned just like it is only towards the glory of God, a term of comparison we have lost in the past. We cannot speak about sin on the basis of ethics, which would reduce guilt to intention and moral responsibility: as if we did not feel guilt having caused someone elses death or pain, as if Dostoevskij was wrong by having told us that we are all responsible for everyones fault. According to ethics, sin would not ever be embodied as a beast crouching at your door, spying and willing to have you (Gn 4,7).

Biblical sin is similar to disease and in the New Testament healing from sin is not different from healing from disease. As illness may be caused by a deliberate behavior, such as going to extremes, which is strictly connected to personal responsibility, so is the sin: however they are both fearful because they can act far beyond this boundary, by striking blindly, widening and infecting everyone. We tend to conceive moral obligation as a universal necessary constant rather than like a historical invention, just because we are used to taking our past experience as the absolute, and that is due to a lack of historical perspective. Ancient Jews have never taken Mosaic laws as a moral code. In fact they never felt the writs we call ritual to be worse or different than the ones we call moral writs. By the way, even in the New Testament the fundamental commandments of baptizing and celebrating Eucharist have the same ritual feature as circumcision in the Old Testament. However, the Mosaic laws do not bind because of their rational need but because they come from Gods authority, the King of Israel: God can command not to kill but he can also command to slaughter entire peoples (Dt 7, 1-2).

Agli omosessuali voglio dire che Gesù cammina con loro

In questo video il nostro Metropolita, Sua Eminenza Monsignor Armando Theodoro Corino, rivolge un appello alle persone omosseuali e lgbtqia in generale, ricordando loro che Nostro Signore non fa discriminazioni.

Sotto il video, la traduzione in inglese del testo.

After the video, you can find the Speech english translation.

I wish to remind homosexuals

that Jesus walks alongside them!

Interview from Gianni Geraci Guado (homosexuals believers Milan) with Monsignor Theodore Corino, Bishop

Recently I had the opportunity to listen to you at a meeting that had been organized by a group of homosexual believers from Milano and I was very smitten by your attitude with regard to homosexuality. Rather than repeat the positions of condemnation, based on a negative vision of human sexuality, you preferred reminding us of the duty that we have, that of constructing an authentic spirituality. In what way can your attitude be included in the Orthodox tradition?

Understand that the Orthodox tradition is not so much that which we have before our eyes: the meaning of things is in the Messianic future, because only in that future do things get their light and foundation. The goal is the origin, and not the origin the goal. If this is missing, the past is merely the conservation of what is existing and, with that, one does not get anywhere. The canonic and dogmatic tradition of the great councils is based on Faith in Christ. It’s incredible! Man pushes away his brother, a man like him, when he is poor and impure, while the Lord, like a loving mother towards her son, forgives everything and pushes no sinner away. On the contrary! He gives him the Holy Spirit.

Therefore, to a homosexual who asks you what must he do to implement the will of God in his life, you suggest above all that he listen to his own conscience which is, after all, the place in which the Spirit of God manifests itself to man?

I would tell him to listen to God who is manifested in Jesus Christ. He is infinitely meek, compassionate and good. And when the soul knows him, it stands astonished and exclaims: “What a Lord we have!”. If even I, despite my unworthiness, can put myself in contact with him, I believe that anyone can do it! Understand this! I do not think that homosexuals are different from any other persons: certainly they are more persecuted and this brings them closer to Him. In my existential experience with Him, I had the certainty of being completely accepted and of being fully loved. But I cannot communicate this certainty with words! Perhaps, to explain myself better, I can say that, more than acceptance, one should speak of Love, of that very strong and intoxicating experience which is the discovery of being loved by Jesus. An experience which, when it happens, one spends the rest of their life weeping over it.

It seems to me that that which you are proposing to homosexual persons is more of a spiritual journey than a moral discourse: it is an evocative choice which, however, runs the risk of not being understood in a country such as ours, in which religious experience is often reduced to a series of ethical principles which are obligatory throughout the life of the believer. Do you not see this danger?

If this were true it would be very serious! To reduce religion to morality is one of the signs of the Antichrist! The vetero-testamentary and evangelical ethic is an heteronomous ethic, that is, it is an ethic that depends on God and is therefore not an autonomous ethic which depends upon man or his reason. It is necessary to distinguish the fault from the sin: the fault is what it is because of a law and laws are often arbitrary and made by men. Biblically, sin is not doing the will of God and not establishing that which is the will of God for each single man means not recognizing the mystery which there is inside each one of us. Jesus does not concern himself with the proclamation or the realization of new ethical ideals, nor does he concern himself with proclamations regarding his own goodness (Mt. 19:17), that which is closest to His heart is love for the actual man. Therefore he can enter into communion with the fault of men and to bear upon himself this burden. Jesus does not wish to appear, at the expense of men, as the only perfect individual, he does not want to be the only man without fault, who watches with disgust a humanity which gives into sin, he does not wish that any idea of a new man triumphs over the ruins of a humanity destroyed through its own fault. Regarding homosexuality, within Christianity, there have been amassed accusing moral judgments that have branded the homosexual psychology and have exasperated behaviours for the worse. The sole ethic that I feel like recommending is that of the sharing of human suffering, wherever and however one finds it.