Quarta domenica di Quaresima (27 marzo 2022)

(Commento a Lc, 15, 3 – 10) Quando Dio pone le tenebre per Suo nascondiglio, fa sua tenda intorno a Lui l’acqua tenebrosa nelle nuvole dell’aria. La luce si è abbassata e l’orizzonte scomparso. Scendendo dal monte arrivano le prime grandi gocce. Sta piovendo e passo in rassegna il gregge, manca lui, l’agnello più piccolo. I miei piedi sono fermi e resto solo perché le pecore conoscono la strada e si sono incamminate. Ritorno indietro. Adesso si è alzato il vento, devo arrivare al pianoro. Inciampo e cado. Il posto si è fatto luminoso e chiaro, sento la presenza vicino di un essere, agnello o bambino, che mi chiede di aiutarlo. Pur volendolo fare, mi sento indegno e gli faccio presente le mie colpe e i peccati. Sento che vuole che lo aiuti e poi mi desto.

Monsignor Armando Theodoro Corino

Terza domenica di Quaresima (20 marzo 2022)

Si presentarono alcuni che gli annunciarono che cosa era accaduto di certi Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Rispose: pensate che questi Galilei, per aver subito questa sorte, fossero più peccatori di tutti gli altri Galilei? No, vi dico, ma se non vi convertire, perirete tutti egualmente. E quei diciotto sui quali è caduta la torre di Siloe uccidendoli, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli altri abitanti di Gerusalemme? No vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti egualmente (Lc, 13, 1 – 5). Proprio il sereno Vangelo di Luca è l’unico a riportare questo duro passo, in cui il Messia, di fronte alla notizia dei devoti Galilei scannati dai Goim mentre si recavano a offrire sacrifici, non ha una parola di pietà per i loro morti mentre obbedivano alla legge, né una parola di condanna per gli uccisori, e dà invece una sconcertante risposta all’eterna domanda del cuore ebraico: perchè il dolore colpisce? I Galilei trapassati dalle spade dei Pagani e gli abitanti di Gerusalemme schiacciati dalla torre crollata non muoiono così atrocemente perché siano più colpevoli degli altri. Le loro sofferenze non servono neppure, come quelle del cieco del Vangelo di Giovanni, perchè sia manifestata la potenza salvifica di Dio (Gv, 9, 3), né rivelano un significato espiatorio. La loro morte è un segno, un gesto profetico: tutti periranno come loro nel giudizio che Dio sta per fare (il nome della torre, Siloe, significa missus, mittens e nel Vangelo di Giovanni indica simbolicamente il Messia stesso (Giovanni., 9, 7). I soldati di Pilato e le pietre della torre non sanno chi uccidono, non distinguono i bambini dagli adulti, non misurano le colpe, uccidono e basta: così dinnanzi alla misura ormai colma del peccato Dio non cerca più il colpevole, ma il popolo intero, se non invocherà il regno, perirà tutto insieme.

Monsignor Armando Theodoro Corino

8Rosario Ferrara, Christian Nicolas e altri 6

Seconda domenica di Quaresima (13 marzo 2022)

Quale bellezza salverà il mondo? La bellezza dell’amore che condivide il dolore (Lc 9, 28 – 36).

La trasfigurazione. Luca pensa a un’esperienza personale di Gesù che, nel corso di una preghiera ardente e trasformante, è illuminato dal cielo sulla “partenza” “esodo”, cioè la morte che egli deve compiere a Gerusalemme. Palamas parla di “luce increata”, frutto delle energie di Dio. La luce increata che avvolgeva il corpo di Cristo. Luce che per i monaci athoniti, dopo il raggiungimento della preghiera pura, era possibile anche per l’uomo vederla. Penso a mia madre che una sera buia di un 22 marzo mi diceva di tenere alzate le tapparelle perché vedeva la luce entrare e che dopo qualche ora era morta. Bellezza per l’ uomo è intensità sacrale che può scaturire solo da una profondità etica in cui grazia e moralità restano sempre indisgiungibili, ma la cui congiunzione almeno in questo mondo appare ogni volta misteriosa e irrealizzabile. Bellezza é il nome. che si dà all’ inequivocabile manifestarsi del bene. Un insieme di qualità che non hanno necessariamente a che fare con la forma armonica, perfetta e intatta. Quando piuttosto i tratti della irremovibilità con cui la bontà custodisce la propria perseverante giustizia a costo di tutto. Anche di perdere la perfezione della forma. Penso al viso di una suora di carità, da me conosciuta ad Asti, che distribuisce il pasto ai poveri. È il bello del bene. Bellezza che talvolta non si cura di apparire anche brutta, se questa resta segno della propria tenacia.

Monsignor Armando Theodoro Corino

Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita

Ogni volta che si sente parlare di un crimine, soprattutto se violento, si alza il coro dei “punitivisti” che invocano pene esemplari e tolleranza zero. Se poi il colpevole viene condannato a una pena a loro parere troppo leggera, eccoli lamentarsi della presunta “ingiustizia”. Tra questi ci sono anche molti cristiani (o sedicenti tali). Ma siamo sicuri che un simile modo di pensare sia cristianamente accettabile?

A questo tema è dedicato il libro “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita”, di Eugen Wiesnet (1941 – 1983).

L’autore, sacerdote e gesuita, affronta la questione della pena partendo dalle Scritture e smentendo alcuni stereotipi fin troppo diffusi. La giustizia di Dio (la tsedāqāh) non è una pena retributiva, ovvero data per “far pagare” al colpevole il fio. Nella giustizia biblica non si dà male per male. La legge del taglione (retributiva), che molti pensano essere l’essenza del concetto di giustizia veterotestamentario, è in realtà un “prestito”, un elemento preso dalle culture circostanti e usato, nei primi tempi della vita sedentaria di Israele, per mitigare la ferocia della “vendetta del sangue” in uso presso i nomadi.

La giustizia biblica è basata sul concetto di “alleanza” tra Dio e il popolo eletto. Solo all’interno di questo contesto si può capire l’agire di Dio, il quale punisce quando gli uomini mancano all’alleanza, ma non li abbandona mai, restando sempre fedele al suo impegno verso Israele. Dio è così sempre disposto al perdono e alla misericordia quando il suo popolo si rivolge a lui. La giustizia retributiva non trova spazio in questo schema: per la Scrittura la giustizia è dono di Dio, dono immeritato e immeritabile.

Il Nuovo Testamento riconferma, con la predicazione di Gesù, lo stesso concetto. In essa si riconferma e si pone in evidenza proprio la tsedāqāh, ovvero la giustizia misericordiosa che non mira a punire il peccatore, ma a riconciliarlo con Dio e con la comunità, facendo di lui un uomo nuovo, ri-socializzato.

Proprio l’aspetto di ri-socializzazione e di ri-conciliazione del reo con la società, con le vittime dei suoi atti (e con Dio) è, secondo l’autore, il principio su cui le pene dovrebbero basarsi. Il sistema penale retributivo è ingiusto, poiché aggiunge male al male senza compiere nulla di costruttivo, nulla che possa ricomporre la rottura creatasi con l’atto criminale, reinserendo la persona nella società. Anzi, la pena retributiva peggiora le cose, rendendo ancor più inadatta al vivere sociale la persona. Prova ne sia l’altissima percentuale di recidiva. Per Wiesnet è dunque giunto il momento, per i cristiani, di prendere posizione contro il sistema retributivo per pretendere una giustizia vera, che costruisca e reintegri invece che punire sadicamente:

Finché misericordia, perdono e riconciliazione, sulla scia del tradizionale pensiero occidentale, resteranno estranei al concetto di giustizia, finché la teologia dimenticherà di trasferire dalla dogmatica all’etica penale l’idea fondamentale biblica della giustificazione come dono, e non come effetto di una prestazione, gli impulsi riconciliativi della Bibbia non potranno trovare adeguata espressione. […] Nell’affrontare simili problemi, di grande importanza sociale e religiosa, raramente i cristiani […] si sono trovati all’avanguardia – restando per lo più coinvolti, piuttosto, in «lotte di sbarramento» a strenua difesa dell’ideologia retributiva! L’evoluzione morale ed umana del pensiero penalistico è affidata oggi anche ad una «metanoia» cristiana, ad un mutamento, cioè, nei comportamenti e nelle coscienze, che è tuttora da compiersi.[1]

Il libro è un valido strumento per riflettere sul nostro sistema penale, per cristiani e non. Per quanto derivanti da una visione religiosa e biblica, i valori cardine della visione dell’autore possono essere ritenuti universali. A tal proposito basti dire che le stesse conclusioni le traggono altri autori partendo da premesse del tutto a-religiose (si vedano le recensioni dei libri “Aboliamo le prigioni?” di Angela Davis e “Anarchia e prigioni” di autori vari). Nonostante il libro sia datato (la prima edizione è del 1980), questo trattato resta di estrema attualità, anche perché l’”ideologia retributiva” è oggi sempre più forte a causa dei discorsi di certa politica e di certo giornalismo, che sfruttano la paura della gente per i propri interessi (sulla pelle delle frange più deboli della popolazione).

Unico difetto, se così vogliamo dire, del libro è la mancanza di una riflessione sui rapporti tra l’idea di retribuzione e gli interessi del potere. A esso l’autore accenna solo una volta, quasi per caso, senza però trarre ulteriori conseguenze. Eppure molti elementi storici analizzati nel testo (dall’atteggiamento legalista e formalista del tardo giudaismo, alla svolta retributiva della chiesa nel tardo medioevo) sono evidentemente connessi con la questione del potere e con le questioni di classe.

Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita” è in ogni caso un libro da leggere, ingiustamente poco conosciuto, che affronta uno dei più grandi e più ignorati problemi dei nostri tempi.

Enrico Proserpio


[1] Eugen Wiesnet, “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita”, Giuffrè editore, 1897, pagina 170.

La condanna biblica della prostituzione maschile

La condanna dell’omosessualità da parte dei testi biblici viene spesso data per scontata. In realtà tale non è e andrebbe discussa con più profondità. In particolare è necessario distinguere tra la condanna dell’omosessualità tout court (non così chiara come molti beghini vorrebbero far credere) e la condanna della prostituzione maschile (più definita e netta). Di questo tema mi occuperò in questo articolo, partendo dall’Antico Testamento e vedendone i successivi sviluppi.

La storia narrata nell’Antico Testamento è la storia mitologica del popolo di Israele. Le parti più antiche (Genesi, Esodo…) sono mito vero e proprio, mentre quelle che narrano i fatti di epoche storiche più recenti sono un amalgama di fatti reali, racconti di miracoli e interventi divini.

Ciò che si può notare, al di là dei significati religiosi e spirituali, è la volontà di creare un’identità di popolo a partire da tribù diverse di pastori nomadi. Per far questo si rese necessaria una storia comune, che desse a tutti il senso dell’appartenenza (la comune discendenza da Abramo) e una cultura fatta di leggi, usanze e comportamenti, oltre che di credenze religiose, che distinguessero gli Israeliti dagli altri popoli.

Ovviamente la creazione di questa nuova identità e cultura non è stato un atto deliberato e conscio. Si è trattato, piuttosto, di un processo antropologico complesso e lungo, fatto di tradizioni antiche e nuovi elementi che si incontrano, si scontrano, si fondono e si alterano, finendo col creare una cultura organica e strutturata. Lo dimostra la permanenza, nel mito biblico, di elementi provenienti da miti precedenti, come il diluvio universale, già narrato nella mitologia sumera.

Se poi si considera che alcuni dei fatti narrati sono stati tramandati oralmente per secoli prima di essere fissati tramite la scrittura, possiamo ben comprendere come mai siano stati alterati e si siano coloriti di elementi divini e miracolosi. Pensiamo, per esempio, all’Esodo. È probabile che le tribù in fuga dall’Egitto abbiano marciato anche di notte, per allontanarsi il più velocemente possibile. Le torce usate per vedere la strada, nei secoli di racconto orale, si sono trasformate nella colonna di fuoco del terribile Dio degli eserciti.

Se si prendono in considerazione soprattutto i primi cinque libri dell’Antico Testamento (la Torah degli Ebrei), ovvero i più antichi, si può vedere come molte delle leggi date da Dio al suo popolo eletto segnino la differenza tra questo e i popoli vicini. Già il primo comandamento, proibendo altri culti, pone un confine netto, invalicabile. A rafforzarlo, poi, arrivano prescrizioni su cose che possono sembrarci poco importanti, ma che contribuirono non poco a rafforzare l’identità di Israele. Un passo abbastanza celebre del Levitico, per esempio, così recita:

Non vi taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né deturperai ai lati la tua barba. Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio. Io sono il Signore.[1]

Si vede qui la proibizione di aderire a mode straniere (il tagliarsi i capelli e la barba) definendo così anche una differenza estetica con i popoli circostanti. Stessa cosa si dica per la proibizione dei tatuaggi, con l’aggiunta del loro valore sacro per molte culture. I tatuaggi erano spesso associati a culti religiosi e rituali di passaggio a essi legati (come ancora accade in diversi popoli), o erano utilizzati a scopo magico. Sia il culto di altri dei che la magia sono, per la legge ebraica, proibiti. Più oscura è, per molti occidentali moderni, la proibizione dei tagli. Molti popoli usavano praticare dei tagli sul corpo in occasione della morte di persone care. La cicatrice che ne risultava sarebbe stata un indelebile ricordo del caro estinto. Questa pratica, ancora in uso presso alcune etnie africane, rientrava tra quelle da proibire. Anch’essa aveva a che fare con la religione e la sacralità dei popoli che la praticavano e non poteva quindi essere adottata da chi non poteva avere altro Dio all’infuori di quello di Israele.

Il Levitico (uno dei testi biblici meno conosciuti e più spesso citati a vanvera) contiene anche un paio di versetti usati dagli omofobi per giustificare la loro avversione per le persone omosessuali:

Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio.[2]

E ancora:

Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di essi.[3]

Queste condanne, che appaiono, se decontestualizzate, nette e chiarissime, vanno però inserite nel contesto storico-antropologico di cui si parlava. L’omosessualità è stata spesso (ed era anche all’epoca) ritenuta un “vizio straniero”. In molti autori sostennero, nei secoli, che le pratiche omosessuali (o “sodomitiche”) fossero conseguenza di contatti con popoli “barbari” che avevano contaminato le sane usanze del loro popolo. Questo pregiudizio era ancora radicato nel XX secolo in Europa dove perfino molti psicologi, psichiatri e giuristi ne erano convinti:

La pederastia, [ … ] è una aberrazione che ha le sue radici in tempi remotissimi. Sembra che questo vizio sia stato dagli Armeni trasfuso nei Persiani, i quali lo tramandarono ai Greci.[4]

Ancora oggi molti fanatici religiosi, soprattutto nel Terzo Mondo, mischiano omofobia e odio razziale e nazionalistico. È il caso di Martin Ssempa, un pastore ugandese, che da anni porta avanti la sua battaglia contro le persone omosessuali, sostenendo l’origine “coloniale” dell’omosessualità.

Per gli Ebrei dell’epoca biblica doveva essere una questione molto simile. L’omosessualità era vista come un comportamento vizioso e barbaro, diffuso tra gli altri popoli. Per una cultura che vede lo straniero come “impuro” ed esempio negativo, tale comportamento doveva essere vietato. Un modo di ragionare che vediamo un po’ ovunque e in tutte le epoche e che diviene particolarmente evidente in periodi di insicurezza sociale e di tensione. Pensiamo a tutti coloro che inveiscono contro l’introduzione di piatti o di modi di vestire stranieri perché contrari alle nostre tradizioni. E se a far sorgere simili rivendicazioni e posizioni basta l’arrivo di immigrati, immaginiamo come dovessero sentirsi gli antichi Israeliti: un popolo che abitava un piccolo stato piuttosto fertile, ma anche circondato da popoli dal carattere belligerante e ben più potenti di loro (basti pensare a Persiani, Babilonesi, Egizi).

La necessità di evitare la “contaminazione” da parte degli stranieri doveva sembrar loro assoluta e prioritaria, pena la scomparsa del loro popolo, del loro paese e della loro indipendenza. I richiami al dover mantenere l’identità intatta sono molti nell’Antico Testamento. Ovviamente i contatti e le contaminazioni erano inevitabili e in diversi periodi Israele vide l’affermarsi di culti pagani sul suo territorio e l’arrivo di stranieri ad abitare nelle sue città. Nelle Scritture vediamo come ciò faccia arrabbiare il geloso Dio d’Israele, il quale punisce i suoi servitori infedeli e manda profeti ad avvertire il popolo eletto di tornare sulla retta via. L’esempio più eclatante è forse quello contenuto nel libro del profeta Esdra:

Mentre Esdra pregava e faceva questa confessione piangendo, prostrato davanti alla casa di Dio, si riunì intorno a lui un’assemblea molto numerosa d’Israeliti, uomini, donne e fanciulli, e il popolo piangeva dirottamente. Allora Secania, figlio di Iechièl, uno dei figli di Elam, prese la parola e disse a Esdra: «Noi siamo stati infedeli verso il nostro Dio, sposando donne straniere, prese dalle popolazioni del luogo. Orbene: c’è ancora una speranza per Israele nonostante ciò. Ora noi facciamo questa alleanza davanti al nostro Dio: rimanderemo tutte queste donne e i figli nati da esse, secondo il tuo consiglio, mio signore, e il consiglio di quelli che tremano davanti al comando del nostro Dio. Si farà secondo la legge! Alzati, perché a te è affidato questo compito; noi saremo con te; sii forte e mettiti all’opera!»[5]

Le donne straniere e i loro figli saranno poi cacciati.

L’omosessualità, quindi, non era grave in sé, ma in quanto parte dell’identità straniera e, quindi, impura. Compiere atti omosessuali significava aderire a una cultura altra, il che era un atto di infedeltà a Dio.

A supporto di tale tesi giunge anche un altro elemento. I versetti del Levitico, infatti, potrebbero riferirsi, anche se non in modo chiaro, più alla prostituzione maschile (che era solo di tipo omosessuale, non essendo le donne libere e non potendo, quindi, andare con dei prostituti) che non all’omosessualità in generale. In una società patriarcale e fortemente maschilista come quella ebraica dei tempi biblici la donna non aveva nessun tipo di autorità. Essa era soggetta all’autorità del padre, prima, e del marito, poi. L’idea che un uomo potesse semplicemente “giacere con una donna”, senza esserne il marito, era estranea alla cultura ebraica. Le uniche donne con cui era possibile giacere al di fuori del matrimonio erano le prostitute e per questo i versetti del Levitico potrebbero far riferimento alla pratica del meretricio. 

Tale ipotesi apre una nuova strada interpretativa. La prostituzione femminile, per quanto condannata moralmente, era tollerata per lo “sfogo” degli uomini (un po’ come nell’Italia di un secolo fa), mentre quella maschile era proibita. In tal senso troviamo una certa comunanza con le leggi e le idee di un popolo che sta dall’altra parte del Mediterraneo, rispetto a Israele: i Greci. Ecco cosa scrive a tal proposito Eva Cantarella:

Sul fatto che un uomo non dovesse mai prostituirsi a un altro uomo l’opinione pubblica ateniese non aveva alcun dubbio. Quale che fosse la sua classe sociale, quale che fosse la sua ricchezza, quale che fosse la sua cultura, il cittadino ateniese [ … ] dava, della categoria di coloro che si vendevano (i pornoi) un giudizio durissimo.[6]

La condanna non si limitava alla censura morale e sociale:

Ean tis athēnaios hetairēsē (se un ateniese si sia prostituito), diceva la legge, «non potrà essere uno dei nove arconti, né ricoprire alcun sacerdozio, né esercitare le funzioni di pubblico avvocato, né alcuna magistratura, né cittadina, né fuori città, né elettiva, né sorteggiata. Non potrà essere inviato come araldo, né esprimere la sua opinione, né associarsi ai pubblici sacrifici, né portare pubblicamente la corona, né entrare nel recinto purificato[7] dell’agorà. Se farà qualcuna di queste cose, dopo essere stato giudicato colpevole di hetairēsis, sarà punito con la morte».[8]

Questo accadeva ad Atene, una città notoriamente piuttosto tollerante nei confronti dei rapporti omosessuali (pur con regole e limiti). Nella società ebraica, che tollerante in tal senso lo era molto meno, la differenza tra la condanna della prostituzione maschile e quella dell’omosessualità si confondono e fondono molto più facilmente.
La legge ateniese vieta solo la prostituzione maschile, mentre quella femminile era legale e diffusa. Come tra gli ebrei, anche ad Atene donne e uomini avevano rango sociale ben diverso e le donne non avevano autorità alcuna. La donna poteva, quindi, essere “mercificata” mentre l’uomo no. Da qui la condanna ateniese.

In alcune culture antiche, però, anche la prostituzione maschile trovava il suo spazio: uno spazio sacro, inserito in ritualità religiose. Per Israele bisognava quindi evitare a ogni costo che la prostituzione maschile dilagasse, poiché, insieme a essa, sarebbe dilagata l’apostasia.

Si potrebbe obiettare che una simile spiegazione sia difficilmente supportabile con l’unico appiglio di un’interpretazione dei versetti del Levitico. Per nostra fortuna ci vengono incontro altri passi biblici che parlano in modo chiaro dei prostituti sacri. Nel Deuteronomio troviamo questi versetti:

Non vi sarà alcuna donna dedita alla prostituzione sacra tra le figlie d’Israele, né vi sarà alcun uomo dedito alla prostituzione sacra tra i figli di Israele. Non porterai nella casa del Signore tuo Dio il dono di una prostituta né il salario di un cane, qualunque voto tu abbia fatto, poiché tutti e due sono abominio per il Signore tuo Dio.[9]

Notiamo la condanna della prostituzione sacra in generale, ma anche un accanimento particolare contro quella maschile. Il termine “cane” non indica, infatti, il miglior amico dell’uomo, ma indica in modo sprezzante i prostituti. Per le ragioni che abbiamo visto sopra, la prostituzione maschile era possibile solo in un contesto sacro. Proibendo la prostituzione sacra, la si proibiva del tutto.

Il Deuteronomio non è l’unico libro dove si trova questa condanna. Al di fuori dei confini di Israele permaneva il culto di Baal[10], che prevedeva la pratica della prostituzione sacra, e nei secoli le autorità ebraiche dovettero intervenire più volte per arginare la diffusione di tale culto e delle pratiche a esso connesse. Per farne comprendere la forte influenza basti dire che il nome di Baal viene spesso usato per indicare i falsi dei in generale (definiti appunto “i Baal”).

A tal proposito troviamo un passo del primo libro dei Re, dove si narra la storia di Asa, figlio di Abiam, re di Giuda, che riportò il regno sulla retta via dopo l’infedeltà di suo padre:

Nell’anno ventesimo di Geroboamo, re di Israele, divenne re su Giuda[11] Asa. Costui regnò quarantun anni in Gerusalemme. Sua madre si chiamava Maaca, figlia di Assalonne. Asa, come Davide suo antenato, fece ciò che è giusto agli occhi del Signore. Eliminò i prostituti sacri dal paese e allontanò tutti gli idoli eretti da suo padre.[12]

Nel secondo libro dei Re si narra invece la storia di Giosia, un re molto importante nella storia del popolo ebraico. In quel tempo, secondo la narrazione, il popolo ebraico si era completamente traviato, al punto da dimenticare la legge. Il sommo sacerdote Chelkia ritrova però il libro della legge nel Tempio. Giosia, saputolo, ripristina la legge e il culto e fa leggere il libro nel Tempio. Tra le azioni fatte dal re troviamo anche la messa al bando dei culti pagani e dei prostituti sacri:

Il re comandò al sommo sacerdote Chelkia, ai sacerdoti del secondo ordine e ai custodi della soglia di condurre fuori del tempio tutti gli oggetti fatti in onore di Baal, di Asera e di tutta la milizia del cielo; li bruciò fuori di Gerusalemme, nei campi del Cedron, e ne portò la cenere a Betel. Destituì i sacerdoti, creati dai re di Giuda per offrire incenso sulle alture delle città di Giuda e dei dintorni di Gerusalemme, e quanti offrivano incenso a Baal, al sole e alla luna, alle stelle e a tutta la milizia del cielo. Fece portare il palo sacro dal tempio fuori di Gerusalemme, nel torrente Cedron, e là lo bruciò e ne fece gettar la cenere nel sepolcro dei figli del popolo. Demolì le case dei prostituti sacri, che erano nel tempio, e nelle quali le donne tessevano tende per Asera.[13]

Non mi dilungo oltre nel citare i passi dove si parla della prostituzione sacra, essendo questi i più importanti e approfonditi. Bastano quelli qui affrontati per comprendere l’importanza della condanna della prostituzione maschile, che travolge e coinvolge anche la semplice omosessualità maschile. Di rapporti lesbici, infatti, nella Bibbia non si parla. Come abbiamo visto le donne non avevano autorità alcuna e non potevano decidere se e con chi sposarsi. I loro desideri erano, per la società dell’epoca, irrilevanti.

La prostituzione sacra è, quindi, il motivo principe della condanna dei rapporti omosessuali, i quali si inserivano nell’ossessione della cultura israelitica antica per la conservazione della propria identità. Tale pratica era, per gli Ebrei, strettamente connessa con i culti pagani tanto da vedere in essi qualcosa di simile alla prostituzione stessa. Come, infatti, le prostitute e i prostituti si vendono per denaro, così gli idolatri si vendono, adorandoli, a falsi dei per ottenerne favori:


L’invenzione degli idoli fu l’inizio della prostituzione, la loro scoperta portò la corruzione nella vita.[14]

Gli idolatri erano poi visti come malvagi e perversi in ogni cosa:

Poi non bastò loro sbagliare circa la conoscenza di Dio;

essi, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza,

danno a sì grandi mali il nome di pace.

Celebrando iniziazioni infanticide o misteri segreti,

o banchetti orgiastici di strani riti,

non conservano più pure né vita né nozze

Poi non bastò loro sbagliare circa la conoscenza di Dio;

essi, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza,

danno a sì grandi mali il nome di pace.

e uno uccide l’altro a tradimento

o l’affligge con l’adulterio.

Tutto è una grande confusione:

sangue e omicidio, furto e inganno,

corruzione, slealtà, tumulto, spergiuro;

confusione dei buoni, ingratitudine per i favori,

corruzione di anime, perversione sessuale,

disordini matrimoniali, adulterio e dissolutezza.[15]

Concludendo, dobbiamo porci una domanda fondamentale per i credenti: oggi tale condanna ha senso?

La condanna dell’idolatria rimane valida per il Cristianesimo (anche se, ovviamente, deve riguardare solo la coscienza del credente e non la legge dello stato), ma la società di oggi ha decisamente superato (o almeno dovrebbe averlo fatto) certi pregiudizi, come quello sull’origine straniera dell’omosessualità.

Non voglio entrare nel discorso sulla liceità della prostituzione, sacra o meno che sia. Quel che qui conta è la distinzione tra prostituzione maschile e omosessualità e il superamento del concetto di omosessualità come tratto culturale e, di conseguenza, scelta deliberata. La legge antica è comprensibile se inserita nel contesto che l’ha vista nascere. Essendo però venuto a mancare il contesto storico, sociale, culturale, la legge non può essere considerata valida in senso letterale. Soprattutto non possiamo continuare a perpetrare errori dovuti a una mancanza di conoscenza di certe tematiche, che se è scusabile in un’epoca così antica, non lo è più oggi.

Anche da un punto di vista strettamente teologico, del resto, dobbiamo ricordare che già San Paolo di Tarso dice che la necessità della legge antica, nella sua forma, è superata dalla fede in Cristo, che si è fatto carico delle colpe dell’uomo:

Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti. Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle. E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.[16]

In questo passo si nota anche il superamento del discorso identitario del popolo di Israele. San Paolo si rivolge a quegli stranieri che si sono convertiti al Cristianesimo: Romani, Filippesi, Corinzi, Galati…

Il crollo del tabù dello straniero come portatore di impurità apre una nuova era e la legge antica, che segnava proprio la differenza tra il popolo eletto e i “gentili”, perde il suo senso, la sua utilità, la sua giustificazione. Forse non è un caso che a scrivere queste parole sia stato proprio San Paolo, ebreo di sangue, ma cittadino romano. Un uomo, quindi, ideale per far da “ponte” tra il messaggio evangelico maturato in seno al popolo ebraico e il resto del mondo. Certo, San Paolo ancora risente dell’educazione ricevuta e nelle sue lettere si respira un forte maschilismo e un’avversione per “sodomiti” ed “effeminati”. Anche per lui vale il discorso fatto sulla necessità di contestualizzare le Scritture nella loro epoca e cultura. Eppure, come abbiamo visto, proprio questo Santo spesso odiato dai sostenitori dei diritti civili e amato dai bigotti ci dà degli strumenti notevoli per il superamento del pregiudizio contro le persone lgbtqia ancora, ahimè, presente in molta parte dei cristiani.

Si spera che queste considerazioni (che certo non sono solo mie) acquistino sempre più spazio, anche dentro le chiese più tradizionaliste, come quella cattolica romana o quelle ortodosse, in modo da porre fine, una volta per sempre, a secoli di odio e di sofferenza per le persone lgbtqia. Una speranza che non è infondata, visto che sempre più teologi e sempre più sacerdoti la pensano in questo modo.

Padre Enrico Proserpio


[1] Levitico, capitolo 19, versetti 27 – 28, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[2] Levitico, capitolo 18, versetto 22, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[3] Levitico, capitolo 20, versetto 13, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[4] Luciano Ferrante Capetti, Reati e psicopatie sessuali, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1909, pagine 22 – 23. Il passo fa particolare riferimento alla pederastia, ovvero ai rapporti omosessuali tra adulti e ragazzi in età adolescenziale, ma il pregiudizio può essere esteso all’omosessualità in generale. I termini “pederastia” e “pederasta” sono, del resto, spesso stati usati come sinonimo dispregiativo di omosessuale, estendendoli anche ai rapporti tra uomini adulti.

[5] Esdra, capitolo 10, versetti 1 – 4, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[6] Eva Cantarella, Secondo natura la bisessualità nel mondo antico, edizioni BUR, 2007, pagina 73. Corsivo nel testo originale.

[7] Interessante è l’accenno, nella legge ateniese, al “perimetro purificato”. Anche per gli Israeliti la purezza era importante ed era, anzi, uno dei pilastri della loro morale. Gran parte delle norme contenute nella legge ebraica distinguono cosa sia puro e cosa impuro, dalle pratiche sessuali, agli alimenti, ai contatti umani. Molte di tali norme sono di natura sanitaria, igienica, ma molte altre sono culturali, religiose.

[8] Eva Cantarella, Secondo natura la bisessualità nel mondo antico, edizioni BUR, 2007, pagina 73. Corsivo nel testo originale.

[9] Deuteronomio, capitolo 23, versetti 18 – 19, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[10] Baal era una divinità fenicia, passata poi al popolo cananeo. Per gli Ebrei diventa il simbolo stesso dei falsi dei stranieri. Nel Cristianesimo lo troviamo come demone.

[11] Dopo il regno di Salomone e a causa dei suoi peccati di idolatria il regno di Israele di spaccò in due. Da una parte rimase un regno con lo stesso nome e dall’altra il regno di Giuda. Su quest’ultimo regnarono i discendenti del re Davide.

[12] I Re, capitolo 15, versetti 9 – 12, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[13] II Re, capitolo 23, versetti 4 – 7, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[14] Sapienza, capitolo 14, versetto 12, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[15] Sapienza, capitolo 14, versetti 22 – 26, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[16] Lettera di San Paolo Apostolo ai Galati, capitolo 3, versetti 6 – 14, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

Les jardins de Marmara

In questo video Monsignor Armando Theodoro Corino affronta il tema del peccato, con il sottofondo della canzone “Les jardin de Marmara” di Dalida.

Sotto il video la traduzione in inglese del discorso.

After the video, you can find the Speech english translation.

The idea of sin itself is no longer conceivable, because sin can be reckoned just like it is only towards the glory of God, a term of comparison we have lost in the past. We cannot speak about sin on the basis of ethics, which would reduce guilt to intention and moral responsibility: as if we did not feel guilt having caused someone elses death or pain, as if Dostoevskij was wrong by having told us that we are all responsible for everyones fault. According to ethics, sin would not ever be embodied as a beast crouching at your door, spying and willing to have you (Gn 4,7).

Biblical sin is similar to disease and in the New Testament healing from sin is not different from healing from disease. As illness may be caused by a deliberate behavior, such as going to extremes, which is strictly connected to personal responsibility, so is the sin: however they are both fearful because they can act far beyond this boundary, by striking blindly, widening and infecting everyone. We tend to conceive moral obligation as a universal necessary constant rather than like a historical invention, just because we are used to taking our past experience as the absolute, and that is due to a lack of historical perspective. Ancient Jews have never taken Mosaic laws as a moral code. In fact they never felt the writs we call ritual to be worse or different than the ones we call moral writs. By the way, even in the New Testament the fundamental commandments of baptizing and celebrating Eucharist have the same ritual feature as circumcision in the Old Testament. However, the Mosaic laws do not bind because of their rational need but because they come from Gods authority, the King of Israel: God can command not to kill but he can also command to slaughter entire peoples (Dt 7, 1-2).