Quarta domenica di Quaresima (27 marzo 2022)

(Commento a Lc, 15, 3 – 10) Quando Dio pone le tenebre per Suo nascondiglio, fa sua tenda intorno a Lui l’acqua tenebrosa nelle nuvole dell’aria. La luce si è abbassata e l’orizzonte scomparso. Scendendo dal monte arrivano le prime grandi gocce. Sta piovendo e passo in rassegna il gregge, manca lui, l’agnello più piccolo. I miei piedi sono fermi e resto solo perché le pecore conoscono la strada e si sono incamminate. Ritorno indietro. Adesso si è alzato il vento, devo arrivare al pianoro. Inciampo e cado. Il posto si è fatto luminoso e chiaro, sento la presenza vicino di un essere, agnello o bambino, che mi chiede di aiutarlo. Pur volendolo fare, mi sento indegno e gli faccio presente le mie colpe e i peccati. Sento che vuole che lo aiuti e poi mi desto.

Monsignor Armando Theodoro Corino

Terza domenica di Quaresima (20 marzo 2022)

Si presentarono alcuni che gli annunciarono che cosa era accaduto di certi Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Rispose: pensate che questi Galilei, per aver subito questa sorte, fossero più peccatori di tutti gli altri Galilei? No, vi dico, ma se non vi convertire, perirete tutti egualmente. E quei diciotto sui quali è caduta la torre di Siloe uccidendoli, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli altri abitanti di Gerusalemme? No vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti egualmente (Lc, 13, 1 – 5). Proprio il sereno Vangelo di Luca è l’unico a riportare questo duro passo, in cui il Messia, di fronte alla notizia dei devoti Galilei scannati dai Goim mentre si recavano a offrire sacrifici, non ha una parola di pietà per i loro morti mentre obbedivano alla legge, né una parola di condanna per gli uccisori, e dà invece una sconcertante risposta all’eterna domanda del cuore ebraico: perchè il dolore colpisce? I Galilei trapassati dalle spade dei Pagani e gli abitanti di Gerusalemme schiacciati dalla torre crollata non muoiono così atrocemente perché siano più colpevoli degli altri. Le loro sofferenze non servono neppure, come quelle del cieco del Vangelo di Giovanni, perchè sia manifestata la potenza salvifica di Dio (Gv, 9, 3), né rivelano un significato espiatorio. La loro morte è un segno, un gesto profetico: tutti periranno come loro nel giudizio che Dio sta per fare (il nome della torre, Siloe, significa missus, mittens e nel Vangelo di Giovanni indica simbolicamente il Messia stesso (Giovanni., 9, 7). I soldati di Pilato e le pietre della torre non sanno chi uccidono, non distinguono i bambini dagli adulti, non misurano le colpe, uccidono e basta: così dinnanzi alla misura ormai colma del peccato Dio non cerca più il colpevole, ma il popolo intero, se non invocherà il regno, perirà tutto insieme.

Monsignor Armando Theodoro Corino

8Rosario Ferrara, Christian Nicolas e altri 6

Seconda domenica di Quaresima (13 marzo 2022)

Quale bellezza salverà il mondo? La bellezza dell’amore che condivide il dolore (Lc 9, 28 – 36).

La trasfigurazione. Luca pensa a un’esperienza personale di Gesù che, nel corso di una preghiera ardente e trasformante, è illuminato dal cielo sulla “partenza” “esodo”, cioè la morte che egli deve compiere a Gerusalemme. Palamas parla di “luce increata”, frutto delle energie di Dio. La luce increata che avvolgeva il corpo di Cristo. Luce che per i monaci athoniti, dopo il raggiungimento della preghiera pura, era possibile anche per l’uomo vederla. Penso a mia madre che una sera buia di un 22 marzo mi diceva di tenere alzate le tapparelle perché vedeva la luce entrare e che dopo qualche ora era morta. Bellezza per l’ uomo è intensità sacrale che può scaturire solo da una profondità etica in cui grazia e moralità restano sempre indisgiungibili, ma la cui congiunzione almeno in questo mondo appare ogni volta misteriosa e irrealizzabile. Bellezza é il nome. che si dà all’ inequivocabile manifestarsi del bene. Un insieme di qualità che non hanno necessariamente a che fare con la forma armonica, perfetta e intatta. Quando piuttosto i tratti della irremovibilità con cui la bontà custodisce la propria perseverante giustizia a costo di tutto. Anche di perdere la perfezione della forma. Penso al viso di una suora di carità, da me conosciuta ad Asti, che distribuisce il pasto ai poveri. È il bello del bene. Bellezza che talvolta non si cura di apparire anche brutta, se questa resta segno della propria tenacia.

Monsignor Armando Theodoro Corino